Animanatura Wild Sanctuary, è immerso tra i boschi della Maremma toscana, qui, a Semproniano, da trent’anni vengono accolti animali sottratti ai traffici illegali, ai circhi, alle detenzioni abusive, ai maltrattamenti. Oggi sono circa quattrocentocinquanta, appartenenti a oltre cinquanta specie diverse. Non uno zoo, ma un santuario. Un luogo dove la conservazione della biodiversità diventa anche educazione dello sguardo.
Matteo Pacini racconta che tutto prende forma durante una passeggiata all’interno del Santuario.
“Fa uno strano effetto passeggiare nella fitta trama boschiva di lecci, cerri e aceri tipica della macchia mediterranea mentre risuonano nell’aria i richiami costanti della giungla tropicale. È un cammino magico e surreale quello che stiamo condividendo io, Enrica e Francesca”.
L’immagine è quasi antonioniana. Il paesaggio non è mai semplice scenario ma elemento che modifica la percezione. I rumori della giungla irrompono nella quiete della Maremma e producono uno spaesamento che costringe a guardare diversamente ciò che si ha davanti.
È in questa sospensione tra natura selvaggia e cura che nasce il progetto espositivo. Le Montagne Incantate, la mostra curata da Matteo Pacini, allestita nella Pieve di Santa Cristina a Rocchette di Fazio e visitabile fino al 9 agosto.
Le mostre hanno spesso una data di nascita. Questa ha un nome, Mihal un giovane leone di quattro anni arrivato dall’Albania dopo un viaggio di oltre tremila chilometri. Salvato grazie alla collaborazione internazionale tra Fondazione Animanatura, Dungler Foundation for Animal Welfare e Albanian Wildlife Rescue Team, Mihal rappresenta il secondo capitolo della propria esistenza. È lui a cambiare il destino di questa esposizione.
Quando Enrica Fico Antonioni visita il Santuario, lo staff è impegnato proprio nell’accoglienza del leone. Ancora prima di incontrarlo dal vivo, ne osserva una fotografia.
“Negli occhi di Mihal ho visto la stessa forza, intensità e bellezza che vedevo negli occhi di Michelangelo. Nessuno, in tutti questi anni in cui Michelangelo non c’è più, mi ha mai così attratto e conquistato. Mihal è un leone eccezionale, sembra mezzo umano e mezzo animale e possiede un potere di attrazione straordinario.”
È una folgorazione. Da quell’emozione nasce il desiderio di dedicare alla nascita della Fondazione una mostra che metta in relazione il paesaggio, la natura e l’eredità artistica di Michelangelo Antonioni. Non si tratta di un’operazione celebrativa. È piuttosto un ritorno alla luce.
Riordinando lo studio del regista, Enrica Fico ritrova infatti un corpus di opere pittoriche che non era mai stato presentato al pubblico. Un ritrovamento fortuito che restituisce una pagina poco conosciuta della ricerca di Antonioni e offre l’occasione per raccontare un artista capace di attraversare cinema, pittura e fotografia con la stessa libertà sperimentale.
Il grande pubblico identifica Michelangelo Antonioni con L’Avventura, Deserto Rosso, Blow-Up, Professione: Reporter, meno noto è il suo intenso rapporto con la pittura.
Negli anni Sessanta, frequentando artisti come Mark Rothko e coltivando una personale ricerca visiva, Antonioni inizia a realizzare piccoli collage e acquerelli astratti. Da queste composizioni nasce una procedura sorprendente: fotografarle e ingrandirne minuscoli frammenti fino a trasformarli in immagini completamente nuove.
Nascono così Le Montagne Incantate, non rappresentazioni del paesaggio, ma paesaggi mentali.
L’ingrandimento fotografico elimina ogni riferimento alla dimensione originaria dell’opera e apre lo spazio a una nuova percezione. Le superfici cromatiche sembrano rilievi geologici, nebbie, vallate, rocce sospese tra materia e immaginazione. Come nel cinema di Antonioni, anche qui è lo sguardo a costruire il senso. “L’opera è l’ingrandimento fotografico, non l’originale”, sosteneva il regista.
Una dichiarazione che anticipa riflessioni oggi più che mai attuali sul concetto di autenticità dell’immagine, sulla riproducibilità dell’opera e sulla trasformazione dello sguardo.
Le fotografie ingrandite conservano il gesto pittorico ma lo trasfigurano. Ogni stampa, attraverso i procedimenti della camera oscura, acquisisce una propria unicità.
È un lavoro che dialoga idealmente con Blow-Up, dove proprio l’ingrandimento fotografico diventa strumento di conoscenza e insieme di perdita della realtà.
Guardando queste opere si ritrova la stessa sospensione dei suoi film, l’assenza di figure, l’importanza del vuoto, la materia che lentamente si trasforma in emozione.
Accanto ai lavori di Michelangelo Antonioni si sviluppa il percorso di Enrica Fico. Regista, produttrice, artista, compagna di vita del maestro per trentasei anni, Enrica presenta opere nate da una ricerca profondamente personale.
Se Antonioni dissolve il paesaggio nell’astrazione, lei compie il movimento opposto, raccoglie petali, foglie, cortecce, semi, conchiglie. Elementi che provengono dai boschi umbri, dai sentieri della Maremma, dai luoghi abitati insieme. La natura diventa materia pittorica, ogni collage conserva la memoria del tempo, della luce, delle stagioni.
Non sono semplici composizioni botaniche, sono paesaggi interiori, mappe della memoria.
“La Maremma è il mio luogo incantato” racconta l’artista “assomiglia alla Liguria della mia infanzia. È il mio rifugio, il mio spazio incontaminato, il luogo in cui posso perdermi e ritrovarmi”.
Il paesaggio, nelle sue opere, non viene rappresentato, viene vissuto, persino il rapporto creativo con Antonioni appare come un continuo scambio.
“L’idea di dipingere montagne era anche la mia idea. Dipingere ci ha sempre unito. Erano momenti di calma, completamente diversi dall’eccitazione del set. Ci ha insegnato a stare insieme nella bellezza”.
La mostra restituisce questa complicità senza alcuna nostalgia. I lavori dei due artisti dialogano come se appartenessero ancora allo stesso atelier.
È Francesca De Mai a introdurre il visitatore dentro il Santuario. Le sue AnimeLeAli non illustrano gli animali, li evocano, sono figure leggere, sospese, essenziali. Animali selvatici che sembrano apparire e scomparire nello spazio.
Per Matteo Pacini rappresentano “animali totemici e slanci onirici”, il collegamento tra la ricerca artistica e la realtà viva del Santuario.
“Mi piace pensarli come un recinto invisibile che contiene e protegge“, racconta l’artista. “Nella mostra sono sporchi di colore, quasi volessero mimetizzarsi tra le montagne di Antonioni e i paesaggi di Enrica. Vogliono essere preghiere viventi”.
L’animale diventa presenza spirituale, mai simbolo da interpretare, mai semplice soggetto figurativo. È un invito ad abbandonare la centralità dell’essere umano.
Per De Mai gli animali custodiscono una forma di innocenza che precede qualsiasi costruzione morale. “Negli animali possiamo ritrovare il silenzio. C’è un linguaggio da capire. Davanti alle loro forme torniamo finalmente a guardare e a sentire”.
Tra le opere più significative compare il Lupo da tavolo, un intervento che trasporta un lupo all’interno dello spazio domestico. “L’estraneo diventa familiare. È un invito ad accettare la Natura, il diverso da me. Il tavolo dove condividiamo il cibo diventa un luogo sacro”.
È forse l’immagine più efficace dell’intera mostra, l’arte non costruisce distanza, introduce una relazione.
Il merito della curatela di Matteo Pacini è quello di evitare ogni retorica ambientalista. La tutela della biodiversità non viene raccontata attraverso dati o slogan. Prende forma attraverso gli sguardi.
Quello di Mihal, quello di Antonioni, quello di Enrica Fico, quello degli animali di Francesca De Mai.
“La nascita della Fondazione rappresenta il futuro di questo progetto”, osserva Pacini. “L’arte può contribuire a costruire una diversa sensibilità verso la natura”.
Le Montagne Incantate diventano così il racconto di un’eredità che continua a generare nuove immagini, di un archivio ritrovato che torna finalmente visibile, di un paesaggio che smette di essere sfondo per diventare protagonista, e di un giovane leone che, inconsapevolmente, ha insegnato ancora una volta come la bellezza nasca sempre da un incontro.
Perché, come accade davanti alle opere di Antonioni, anche la natura continua a rivelarsi soltanto a chi è disposto a fermarsi abbastanza a lungo per imparare davvero a guardare.


















