I luoghi che ricordano: la presenza invisibile e la luce dell’assenza
Dalle case di Portopalo di Capo Passero ai muri intrisi di tempo: Karam Sebastiano Cannarella indaga cosa accade quando la figura scompare e lo spazio continua a parlare di chi lo ha abitato.
Torna l’appuntamento con la nostra rubrica curata da Emanuele Beluffi, punto d’osservazione privilegiato sulle traiettorie della pittura contemporanea e sulle sue risonanze interiori. In questo nuovo intervento, Karam Sebastiano Cannarella ci conduce alle radici della sua poetica: un percorso intimo che parte dalla memoria marina di Portopalo di Capo Passero per approdare all’essenza stessa della “Restanza”, dove le stanze abbandonate e i muri scrostati non denunciano il vuoto, ma si fanno custodi fedeli dell’umano.
Ci sono luoghi che sembrano vuoti, ma non lo sono. Una casa abbandonata, una stanza rimasta chiusa, un cortile consumato dal tempo possono continuare a custodire la presenza di chi li ha abitati.
Non occorre vedere una figura per avvertirne il passaggio. A volte basta una porta socchiusa, una tenda immobile, un tavolo sul quale è rimasto un oggetto. Sono tracce minime, ma riescono a raccontare una vita intera.
Quando ritorno nei luoghi della mia infanzia, a Portopalo di Capo Passero, non vedo soltanto ciò che esiste oggi. Rivedo quello che c’era prima. Le case semplici, le strade, il mare, le barche e gli uomini che partivano quando era ancora buio. Il presente si mescola continuamente al ricordo.
Anche quando le persone non ci sono più, qualcosa di loro rimane. Rimane nei muri, negli oggetti utilizzati ogni giorno, nella disposizione di una stanza. Rimane soprattutto nella luce.
La luce che entra da una finestra non illumina soltanto uno spazio. Può rivelare una mancanza. Mostra il punto in cui qualcuno sedeva, lavorava o aspettava. Per questo, nei miei quadri, la luce non cancella l’assenza: la rende visibile.
Un luogo conserva la memoria senza bisogno di parole. Non racconta in modo preciso ciò che è accaduto, ma trattiene una sensazione. Chi entra può percepire una presenza, anche se non conosce la storia di quella casa o delle persone che vi hanno vissuto.
Nella pittura cerco proprio questo: non la ricostruzione esatta del passato, ma ciò che il passato ha lasciato dietro di sé.
Per molto tempo ho dipinto il corpo e la figura. Poi, lentamente, ho sentito il bisogno di guardare quello che rimaneva dopo il loro passaggio. La figura è scomparsa, ma lo spazio ha continuato a parlarne. Da questa consapevolezza è nato il mio lavoro sulla Restanza.
La Restanza non è soltanto ciò che resta materialmente. È una presenza che resiste al tempo. È il segno lasciato da una persona, da un gesto o da un’attesa. Qualcosa che non possiamo più toccare, ma che continua a vivere dentro di noi e nei luoghi attraversati.
Una parete rovinata può contenere più memoria di una fotografia. Una fessura può diventare una soglia. Un letto abbandonato può parlare di un corpo assente. Un vecchio oggetto può ricordare le mani che lo hanno usato.
Non serve aggiungere molti elementi. Spesso sono sufficienti una luce, un’ombra e una traccia. Il resto deve rimanere nel silenzio, perché anche chi guarda possa entrare nell’opera con la propria memoria.
Ognuno di noi possiede un luogo che continua a portare dentro di sé. Può essere la casa dell’infanzia, una stanza dei genitori, una strada, una spiaggia o un giardino. Tornandovi, ci accorgiamo che il tempo ha cambiato ogni cosa. Eppure, in un angolo, in un odore o in un riflesso, ritroviamo improvvisamente ciò che pensavamo perduto.
Forse i luoghi ricordano in modo diverso da noi. Non conservano i fatti, ma le tracce. Non trattengono le voci, ma il loro silenzio. Non possono restituirci le persone, ma continuano a mostrarci il vuoto che hanno lasciato.
Imparare a guardare un luogo significa allora non fermarsi a ciò che appare. Significa riconoscere ciò che continua a vivere dietro una porta, sopra un muro o dentro una luce.
Perché un luogo non è mai soltanto uno spazio.
È ciò che vi è accaduto. È chi lo ha abitato. È il tempo che vi è passato lasciando un segno.
Ed è, soprattutto, ciò che rimane quando tutto sembra essere andato via.












