A venticinque anni dalla scomparsa di Indro Montanelli, riavvolgere il nastro della memoria non è mai un semplice esercizio di nostalgia. Quando il nuovo numero estivo di CulturaIdentità, la rivista creata da Edoardo Sylos Labini, decide di mettere in copertina e al centro del proprio dossier il corsaro di Fucecchio ribattezzandolo «il seminatore di zizzania», lo spunto per noi di OFF diventa irresistibile.
I lettori più attenti ricorderanno bene come su queste pagine abbiamo sempre coltivato un legame elettivo con la figura di Indro. Non solo attraverso le sue battaglie o il ricordo della stagione d’oro del nostro giornalismo, ma prima di tutto attraverso la sensibilità dell’arte contemporanea. È impossibile, infatti, evocare lo sguardo spigoloso e indomabile di Montanelli senza ritornare col pensiero al celebre ritratto che gli dedicò un grande maestro come Luca Vernizzi, una straordinaria tela di cui avevamo già indagato la carica espressiva proprio sul Giornale OFF. Lo stesso Vernizzi la cui pittura vibrante e spiazzante è stata recente protagonista a Milano con la grande antologica Macro Pop alla Fabbrica del Vapore, un evento di cui vi avevamo raccontato e che si è concluso prima dell’estate lasciando un’impronta indelebile nel panorama figurativo italiano.
Mettere in corto circuito il giornalismo d’assalto e l’invenzione pittorica, l’inchiostro dei quotidiani e la materia cromatica dei pennelli, è il nostro modo di intendere la cultura. Ecco perché riprendere il focus di CulturaIdentità significa per me, prima di tutto, riannodare i fili di una riflessione mai interrotta sulla libertà di pensiero, sul ritratto d’autore e sull’eredità di un gigante che continua a fare scuola.
A venticinque anni dalla sua scomparsa, il fantasma irriverente e tagliente di Indro Montanelli torna a aggirarsi tra le pagine dei giornali con la forza tellurica di un bastian contrario nato per scompaginare il coro. A riaccendere i riflettori su questo toscanaccio incorruttibile ci pensa il nuovo numero estivo di CulturaIdentità, la rivista fondata e diretta da Edoardo Sylos Labini, che dedica la sua copertina al grande giornalista con un numero monografico intitolato non a caso «Montanelli, il seminatore di zizzania». Un’etichetta che calza a pennello a chi ha fatto della penna un’arma di ininterrotta guerriglia contro il conformismo imperante, dalle fronde dei fogli del Ventennio fino alle battaglie solitarie degli anni maturi.
Sfogliare questo numero estivo significa ripassare i capitoli di un’epopea civile e letteraria irripetibile: dalle corrispondenze infuocate sui fronti internazionali ai duelli a distanza con Leo Longanesi, fino ai retroscena svelati dalle voci di chi lo ha incrociato sulla linea del fuoco, come Paolo Mieli e Vittorio Feltri. Ma la grandezza di un pilastro del Novecento come Montanelli non risiede soltanto negli archivi della cronaca o nelle aule parlamentari; vive soprattutto nell’impatto visivo e morale che la sua figura continua a esercitare sull’immaginario contemporaneo, chiamando in causa gli alfabeti dell’arte e della bellezza.
Chi, meglio di un grande interpreti del nostro tempo, ha saputo fissare su tela la tempra e lo scatto nervoso di questo gigante della notizia? Pensiamo al magnifico ritratto di Indro Montanelli firmato da Luca Vernizzi: un’opera in cui il pennello non si limita alla mimesi somatica, ma scava nell’anima inquieta del cronista, restituendo intatta la spigolosità fiera di un uomo che guardava il potere dritto negli occhi, senza riverenze né sconti.
Del resto, la parabola artistica e umana di Vernizzi è stata di recente al centro del nostro sguardo critico su queste stesse colonne, in occasione della sua imponente e fortunata mostra antologica Macro Pop alla Fabbrica del Vapore di Milano — conclusasi prima dell’estate lasciando un segno profondo nel dibattito pittorico nazionale. Nelle tele di Vernizzi, la carne e la materia cromatica vibrano della stessa urgenza civile che animava i corsari di Montanelli: una pittura che non cerca l’accademia ma l’affondo, che scava nei volti e nelle cose per strapparle all’indifferenza del presente.
Che si tratti di un editoriale corsaro o della stesura di un ritratto a olio, la lezione di fondo resta immutata. Montanelli e Vernizzi ci ricordano che fare cultura, oggi come ieri, significa rifiutare i recinti protetti del politicamente corretto ed esercitare il lusso faticoso della libertà di pensiero. Leggere il dossier di CulturaIdentità e riscoprire l’indomabile energia di certe pennellate d’autore è il miglior antidoto contro l’anestesia generale del nostro tempo.













