Un’intervista che parla da sé. Direttamente da Cannes, dove si trova in questo momento, Jacqueline Ceresoli ci invia questa densa chiacchierata con Graziano Folata. Autore visivo e artista multimediale con una solida formazione che spazia tra scultura e fotografia, Folata ci guida in prima persona nella sua ricerca tra materia, spazio e rivelazioni fotografiche.
Sei nato a Rho nel 1982 Milano, e vivi tra Corsico e la Sardegna, terra natia dei tuoi familiari, dove trascorri lunghi periodi, ti definisci artista visivo aperto alla sperimentazione di diversi linguaggi, pratichi per lo più scultura, quando e perché ti sei avvicinato alla fotografia?
Sento profondamente il mio provenire dal disegno, le mie circostanze natali hanno svolto un ruolo fondamentale nella personale presa di coscienza legata all’immagine. Mio padre lavorava in una cartiera e grazie a lui questo mi ha permesso di crescere avendo la carta come il pane: un materiale quotidianamente presente. Era una dimensione costante del reale, una specie di pellicola sensibile all’immaginazione. Mia madre invece lavorava nel mondo dei motori marini e dei cantieri navali, per ciò per me poter dire semplicemente: “un mare di carta” assume una potenza visiva naturale e anagrafica. Durante gli studi ho realizzato di dover credere nel mio occhio, allo stesso modo con cui ponevo fede nella mia mano quando tracciava una linea sul foglio e rivelava un segno. Comprendevo che necessario sarebbe stato per prima cosa, avere fiducia in quello che osservavo e nel perché lo osservavo, in seguito poi tutto si sarebbe poi rivelato come un’Immagine. Ciò che cambiava tra i medium, era solo la velocità con cui un epifania prendeva luogo e si presentava. Con il termine di “contemporaneo” il mezzo fotografico mi sembrava volesse dirmi: “Tutto avviene immediatamente! nello stesso momento, sulla superfice tutta dello sguardo.”
Che importanza dai alla fotografia nel tuo lavoro?
Alla fotografia attribuisco il peso aureo di un dono del caso e attraverso di esso risalgo a una ragione per cui a volte gli eventi mi appaiono, e si presentano nella loro straordinarietà, estremamente coerenti con quello che successivamente descrive il contorno di una geometria necessaria. A questo proposito mi viene in mente il modo con cui si riconosce la validità di un dado da gioco rispetto a uno truccato: le facce contrapposte devono sempre dare 7 sommate. Ciò non vuol dire che per me abbia poi molta importanza la fortuna nell’azzardo di un lancio, ma credo sia fondamentale potersi riconoscere nello giocando senza barare con sé stessi, a seconda che internamente le nostre facce opposte trattino di fotografia, di scultura o di disegno.
Quali sono gli obiettivi del tuo approccio fotografico “street photoraphy”?
Non credo di esser uno “street photographer”. La vita scorre talmente veloce e penso che ovunque in questo istante, qualcuno sta vivendo una situazione e qualcun altro a una distanza più o meno prossima, sta cercando di raccontarla, che questo vissuto sia epico, familiare, domestico, universale, intimo o sulla strada, tutto questo checché divenga poi un progetto, o una documentazione o un lampo vitale di natura estemporanea. Per me la narrazione ha una lente personale che per quanto obiettiva forse rimane ideologica, e che ci si incontri con la realtà o ci si scontri, la storia che ne deriva, si presenta sempre come tentativo di interpellarla e di provare l’impresa di tradurla. Amo pensare che ci sia una profezia dietro ogni foto, un atto divinatorio sottoforma di immagine, che poi verrà verificata, chissà quando e chissà poi da chi. Ciononostante sono ben cosciente che in questo tempo attuale molte delle immagini a cui siamo sottoposti e di cui costantemente pervasi, spessissimo oscillano tra l’insensatezza e la crudeltà, e possiamo osservarlo ad ogni momento nelle disuguaglianze così come nelle guerre ingiuste; anche questo oceano visivo che ci attraversa, sia esso opaco o retroilluminato, non sarà mai però totalmente privo di bellezza e di speranza nella volontà di immaginare futuro.
Quali sono i tuoi maestri della fotografia di strada o dell’ambiente urbano contemporanei ?
Vorrei sottrarmi a un lungo elenco sicuramente poco esaustivo. Ma non posso prescindere dal fare riferimento a chi ha saputo dare una direzione al mio sguardo, con atteggiamento alato nella presentare e saper e coniugare valori umani opposti, o in comunione tra loro, possibili contrari o conflitti, di volta in volta estremamente concreti nella loro esplicita evidenza come anche puramente metafisici. Con questo spirito evoco i nomi di autori speciali, come Giovanni Chiaramonte, Marc Riboud, Fausto Giaccone, Scianna, Martine Frank, Abbas, Eugene Richards, Boubat, Jim Goldberg, Larry Towell, Trent Parke, Ian Barry, Kalvar, Sabine Weiss, Eli Reed, judith Joy Ross…ma potrei continuare a lungo in un grande pantheon visivo.
Inquadratura e tempismo sono aspetti fondamentali di questa arte del saper guardare, per comunicare cosa ?
Saper affermare che il mondo è qui. Noi che abbiamo occhi liberi lo testimoniamo e abbiamo di che farne parte. Con umana responsabilità, tra meraviglia e stupore, lavorando per apprendere che nonostante esista un limite presente nel bordo che contorna l’immagine, di vita e realtà nella fotografia, ce ne potrebbe comunque stare sempre di più, di quella che si inserisce e si mostra.
Esiste ancora la fotografia umanista stile Cartier Bresson, Robert Doisneau, Izis Bidemans, o Jhos Thomson , tanto per citarne alcuni, eventualmente quali ?
Mi viene da chiedere se esiste ancora la musica classica di Mozart, Beethoven, Tchaikovsky, Stravinsky? Ogni tempo e ogni realtà ha le proprie note e i propri interpreti per le storie che quel tempo racconta e a cui si rivolge. Nelle costanti dello sguardo si vedono donne e uomini farsi specchio di coscienze; immedesimarsi in ciò che si guarda, fa parte dell’empatia fondamentale per sottrarsi al condizionamento e riuscire a intrattenere un dialogo quanto più libero con il mondo e con sé stessi.
Si può dire che più di tutto sulla tua formazione hanno inciso le residenze d’artista in Italia e all’estero , ma quali sono state per te quelle più incisive sulla tua crescita professionale?
Ogni volta che ho iniziato una nuova ricerca in nuovi territori ho appreso che le frontiere possono spostarsi e così è necessario comprenderle in noi, per poterle infine superare. Scelgo di dire che tra le diverse a cui ho preso parte, la residenza in Serbia mi ha dato la forza del corpo e della notte, il Nepal mi ha fatto cercare draghi e tempi lontani sulle montagne o negli occhi delle persone e per ultimo la residenza a casa degli Artisti a Milano mi ha messo di fronte all’imprevedibilità del caso e a come restituire un valore, sapendo di dover discernere il dolce dall’amaro.
Nel 2025 hai partecipato a AAA ATELIER APERTI PER ARTISTA, una residenza d’artista a Casa degli Artisti a Milano, cosa hai realizzato per questo luogo del cuore, carico di storia, memoria e identità plurime?
Ho messo in scena il mare, ma non inteso come ricerca sul suo colore o sul carattere pseudo romantico o pseudo attivista, ho deciso di parlare del mare in luogo della sua assenza, come se si sottraessero le acque, come se idealmente ci potesse essere un momento, tra onda che va e onda che torna e come se questo fosse avvenuto a un livello gigantesco, planetario. Esser presenti su un terreno composito con cera, bronzo, calcare e canto, in una sospensione poetica, un fermo immagine in cui la mia ricerca sulla natura, il carattere della scultura, quello della fotografia e la mia maturità stessa, collaboravano all’insorgere di un immagine nuova, di una lirica ampia in cui intrattenere la visione interiore, come il lascito di un fiore in mano al risveglio da un sogno. L’ho chiamato: “Cantico dei fondali”.
Trascorri molto tempo in Sardegna ( specifica in quale luogo ), che ruolo ha natura nella tua ricerca artistica , scultura e fotografia?
La natura offre i fenomeni come forme per l’immagine, ch’essi siano acqua, schiuma, pietra, roccia, pressione e tempo. A Castelsardo, in provincia di Sassari, dove ho avuto la fortuna di crescere per parte della mia vita a metà con Milano, ho capito che il sole si spegne meglio se lo fa nel mare e meglio se succede ancora con grandi amici vicino, (ma questo ovunque). Nel settembre ottobre 2024 in veste di neodirettore artistico avevo realizzato grazie al comune di Castelsardo e a diversi artisti invitati, quelle che sono state delle splendide giornate del contemporaneo per Amaci. Avvenute in uno spazio che sogno possa divenire con impegno un giorno, una sorta di fondazione per l’arte contemporanea, in un luogo incredibilmente mozzafiato. Quell’esperienza e quell’evento affiancato da autori di origine sarda, l’avevo chiamata Maestralia. Non escludo che possa ripetersi, sarebbe meraviglioso.
Chi sono stati i tuoi maestri di scultura all’Accademia di Brera, Milano , e che eredità ti hanno lasciato?
Per quanto riguarda la fotografia, la mia educazione fu praticamente indipendente, ma questo fino a quando non ho avuto la fortuna di essere invitato da una persona che stimo molto e padre della mia fidanzata di allora (Marta, anch’essa fotografa eccezionale e talentuosa), un grande reporter italiano: Fausto Giaccone Lui mi invitò a frequentare le lezioni di Giovanni Chiaramonte allo Iulm e così potei strutturare la mia consapevolezza su cosa volesse effettivamente dire: osservare il mondo attraverso uno specchio dotato di memoria. In accademia fui altrettanto fortunato e al mio secondo anno capitò un nuovo professore di Scultura: Gianni Caravaggio, un grande amico da allora. Capii che la cosa fondamentale, all’interno della propria unicità, fosse riconoscersi parte di una sorta di genealogia. Mi torna sempre alla mente Dante, quando all’inferno Farinata degli Uberti gli domanda: “Chi furon li maggiori tui?” Son convinto occorra rispondere a questo quesito per attraversare un cammino periglioso, questo anche nel campo dell’arte arte contemporanea, quindi nella mia ombra lunga io vedo quella di Gianni, prima di lui quella di Fabro, prima ancora Manzoni e poi Fontana.. ovviamente ogni artista ha l’urgenza di definire la scrittura della propria indagine, le influenze positive possono essere infinite, necessarie, possono apparire fortunose o predestinate. L’eredità che mi porto dietro consiste nel saper vedere le cose e i fenomeni, le immagini, la materia e le potenze. Riconoscerle per quanto piccole e all’occorrenza saperle capovolgerle per trovare la vitalità dei possibili nuovi valori.
La natura come diventa forma e archetipo nell’immagine fotografica ?
Ricordo Valery scrivere che il mito era ciò che esisteva e sussisteva avendo come unica causa la parola. Forte dell’affermazione del poeta sono convinto che la natura diventi forma facendosi mito e specificamente nell’immagine fotografica, questo avviene assumendo i connotati di una narrazione immediata che sempre più si dispensa dal necessitare di parola alcuna, se non questa strettamente utile; aldilà del proprio intrinseco e funzionale storytelling visivo. Capisco bene che in un contesto del genere, il fattore della Verità forse anche della Poesia, diverrà una questione di rapporti di forza e filosofia giocate nel campo di poteri egemonici. Da qui mi vien da pensare alla facilità con cui si creano immagini artificiali Ai e fake news. Così dal mito alle favole il passo sarà breve se non del tutto aderente. Mi chiedo se l’archetipo possa trovarsi nello slancio di un ritorno alla vita, ma forse questa è un’aspirazione puramente romantica. Di base ritengo che ogni fenomeno e ogni forma, debba valutarsi in virtù delle specificità che le compongono per comprenderle ed evolverle poieticamente.
Quali sono i tuoi maestri di fotografia che continuano a influenzare il tuo codice visivo ?
Tutti coloro che ho amato, in egual misura ma all’inverso coloro che mio malgrado ho detestato. Spesso questa distanza è una questione d’inclinazione nell’accogliere il reale e trasformarlo.
Quando una fotografia diventa arte ?
Quando la parola diviene poesia? Quando un suono diviene canto? Mi spiace non so dare una vera risposta a queste domande, adoro l’idea che mi siano segreti i principi dei moti armonici e i loro mutamenti.
Come e in quale lavoro hai connesso scultura e fotografia ? ( cita opere con didascalie precise e inviami le immagini delle opere nominate )
Diverse volte ho riferito un valore scultoreo a una fotografia, questo quando il senso dell’immagine e dell’opera ne richiedeva la natura più percettiva, mi spiego, aldilà di una visione di una scena o di un accadimento, la mia intenzione poteva essere quella di far sì che si volesse evocare la natura oggettiva del fenomeno oltre la cornice di un’inquadratura, qualcosa che non necessariamente potesse essere circoscritta nonostante fosse sottoposta alle regole della fruizione dell’immagine fotografica. Per esempio “Slow distance” 2013 presentava due tartarughe che allontanandosi una dall’altra estendevano una gomma da masticare posta sopra i loro gusci, era qualcosa che continuava a vivere aldilà del loro atto stretto nella fotografia e che aleggiava in una situazione mentale come potenza nell’ interna visone personale del fruitore. Non era importante l’immagine per quanto esatta fosse, quel che per me valeva veramente, era l’idea che questi esseri viventi nel loro peso corporeo sospesi nello spazio, fossero uniti nel continuo viaggiare lentamente uno distante dall’altro, inseparabili.
Altre volte ho cercato di conseguire lo stesso processo che si proponeva di esistere più come scultura che solo come fotografia, di base quando presento un’oggetto isolato dal contesto o dall’ambito del suo progetto narrativo di appartenenza, la mia intima volontà sarebbe quella che lo si potesse guardare più come una scultura che come un’immagine bidimensionale. Sorrido pensando che qualche giorno fa ho appoggiato un sax sullo scheletro di un arbusto secco e bianco ai piedi delle mura di un castello e una volta scattata la foto, in bianco e nero l’immagine scaturitavi ne è risultato sassofono come circondato da fulmini.
Stai sperimentando l’A.I o pensi di farlo ? (se si in quale lavoro, se no motiva il perché della tua scelta )
No, per adesso per quanto riguarda l’arte non ho mai sperimentato l’A.I. nemmeno per scrivere un testo, ma non escludo che prima o poi possa divenire strumento per qualche mia ricerca futura, ad adesso non credo di esser pronto e consapevole a questa svolta, anche se è inevitabilmente che il presente fatto di questa tecnologia mi troverà nella sensibilità della mia partecipazione.
Cosa stai facendo in Sardegna lontano da tutto e da tutti ?
Studio, ricerco, richiamo il futuro, mi alleno mi immergo e periodicamente mi ritrovo riunito all’acqua. Grazie per aver letto fino a qui, ho detto molto, forse non benissimo mio malgrado e me ne scuso, ora concludo lasciando come sospeso, un mistero.




















