L’uomo prima dell’icona: Luca Vernizzi mette in mostra il “suo” Armani…

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Luca Vernizzi torna al centro della scena con un appuntamento di grande spessore culturale che unisce la memoria del costume e il rigore di una pittura capace di interrogare il reale. La mostra allestita alla Oblong Contemporary Gallery di Forte dei Marmi propone infatti un inedito e affascinante dialogo tra il celebre ritratto di Giorgio Armani eseguito nel 1981 e la monumentale ricerca sui “Macro Pop”, quegli oggetti quotidiani elevati dall’artista a icone assolute del nostro tempo. Su Il Giornale OFF abbiamo spesso approfondito la poetica di Vernizzi, un percorso che attraversa decenni di storia visiva italiana senza mai perdere la propria urgenza critica; pubblichiamo qui di seguito il testo di sala e l’apparato critico che accompagnano l’esposizione.

MACRO POP di Luca Vernizzi, la realtà aumentata “chiavi in mano”

LUCA VERNIZZI – OMAGGIO A GIORGIO ARMANI E LE GRANDI OPERE MACROPOP

Presentare a Forte dei Marmi questa mostra dedicata a Luca Vernizzi significa per noi dare spazio a una storia in cui arte, memoria e contemporaneità si incontrano.

Al centro dell’esposizione c’è un’opera straordinaria non soltanto per il suo valore artistico, ma per la storia che custodisce: il ritratto di Giorgio Armani realizzato da Luca Vernizzi nel 1981. Un incontro tra due personalità, fermato sulla tela in un momento significativo dei loro percorsi, che oggi assume inevitabilmente un significato ancora più intenso.

Guardare questo ritratto a distanza di oltre quarant’anni significa confrontarsi con un’immagine che appartiene a un tempo preciso e che, allo stesso tempo, sembra averlo superato. Vernizzi riesce a restituirci Armani attraverso uno sguardo intimo e diretto, lontano dall’immagine pubblica che negli anni sarebbe diventata universalmente riconoscibile.

Abbiamo voluto che proprio quest’opera fosse il punto di partenza della mostra perché racconta qualcosa in cui crediamo profondamente: la capacità dell’arte di conservare una presenza e di farla vivere oltre il momento in cui è stata rappresentata. Accanto al ritratto di Armani abbiamo scelto di presentare le grandi opere Macro Pop, che mostrano un altro volto della ricerca di Vernizzi. Qui l’artista abbandona la figura umana e concentra il proprio sguardo sugli oggetti che appartengono alla nostra quotidianità.

È proprio questo contrasto ad averci affascinate: da una parte un uomo che è diventato un’icona della cultura e dello stile italiano; dall’altra oggetti semplici, familiari, che utilizziamo ogni giorno quasi senza accorgerci della loro presenza. Vernizzi riesce a dare importanza a entrambi attraverso la pittura.

Nelle opere Macro Pop cambia la scala, cambia il soggetto, ma rimane la stessa attenzione dello sguardo. Gli oggetti vengono ingranditi, isolati e sottratti alla loro funzione abituale. Ciò che normalmente passa inosservato acquista improvvisamente una presenza nuova e ci invita a soffermarci su qualcosa che pensavamo di conoscere già.

Questa mostra rappresenta per noi proprio questo: un incontro tra una storia che appartiene alla memoria e una pittura che continua a parlare al presente.


Poco prima della sua scomparsa, Giorgio Armani compie un gesto intimamente legato alla propria storia: acquisisce La Capannina di Franceschi a Forte dei Marmi, luogo emblematico della Versilia e, per lui, custode di una memoria decisiva. È qui che, nel 1966, incontra il pietrasantino Giorgio Galeotti, con il quale avrebbe condiviso un lungo e fondamentale sodalizio umano e professionale.

Assume dunque un significato particolare che proprio Forte dei Marmi accolga oggi un omaggio ad Armani attraverso un’opera che precede la definitiva costruzione della sua immagine pubblica: il ritratto eseguito dal vero da Luca Vernizzi nel 1981. Presentato per la prima volta a Forte dei Marmi presso Oblong Contemporary Gallery, il dipinto ci riporta a un momento cruciale, quando Armani accetta di posare davanti alla tela di uno dei più sensibili interpreti italiani del ritratto contemporaneo.

Il 1981 segna una svolta. Via Durini 24 diventa l’indirizzo di Emporio Armani e la nuova linea, identificata dall’aquilotto, introduce un lessico destinato a incidere profondamente sull’immaginario della moda. Nella Milano di quegli anni, l’abito non è più soltanto forma o funzione, ma diviene sempre più un dispositivo identitario, espressione di una società che sta rapidamente ridefinendo i propri codici. Armani è ormai prossimo a imporsi come una delle figure determinanti della cultura visiva internazionale.

Nella stessa Milano si muove Luca Vernizzi, artista già affermato e conosciuto, dalla fine degli anni Sessanta, come il “ritrattista dei giovani”. Frequenta la storica trattoria di via Bagutta, cenacolo di artisti, scrittori e intellettuali, e ha già iniziato a comporre, attraverso la pittura, una personale geografia della cultura italiana. È qui che Luciano Francesconi, storico disegnatore del Corriere della Sera, gli suggerisce di ritrarre Giorgio Armani e favorisce l’incontro.

Pochi giorni dopo, Vernizzi entra nella sede appena inaugurata di Emporio Armani in via Durini. Armani sceglie di posare nel proprio ufficio, nello spazio stesso in cui sta prendendo forma una nuova fase della sua vicenda creativa e imprenditoriale. Il primo incontro è improntato a una misurata essenzialità.

«Armani nei primi minuti del nostro incontro fu di poche parole. Capii subito che non era per mancanza di gentilezza, ma perché il suo essere silenzioso corrispondeva al suo carattere di persona molto riservata. Fui io a guidarlo nella posa e colse il mio suggerimento per tutto il tempo necessario al ritratto, senza mai muoversi, con estrema compostezza.»

Riletta oggi, quella compostezza sembra quasi anticipare il codice che avrebbe definito tanto l’uomo quanto il suo linguaggio estetico: misura, controllo, sottrazione. L’eleganza, prima ancora di manifestarsi nell’abito, sembra appartenere al comportamento.

Anche la T-shirt bianca indossata nel ritratto assume, osservata oggi, una precisa valenza iconografica. Nella sua apparente semplicità si può già leggere un’idea di eleganza che rinuncia all’esibizione per affidarsi alla precisione della forma e alla misura. Priva di enfasi, contiene alcuni dei principi destinati a diventare riconoscibili nella grammatica armaniana: la riduzione, la fluidità, il rifiuto dell’ostentazione e la capacità di conferire sofisticazione alla semplicità.

La singolarità del dipinto risiede nella dinamica silenziosa che Vernizzi stabilisce con il soggetto. Armani non aderisce alla passività convenzionale della posa: conserva una presenza vigile, trattenuta, capace quasi di restituire l’atto stesso del guardare. Si produce così un impercettibile scambio di ruoli, nel quale il soggetto partecipa alla definizione della propria immagine. Vernizzi oltrepassa in questo modo il dato fisionomico: la somiglianza diviene il tramite attraverso cui affiora una dimensione più intima, fatta di riserbo, controllo e consapevolezza di sé.

«Durante le ore in cui ho composto il ritratto e sono rimasto solo con lui, tra me e Armani ci fu un continuo scambio di sguardi: pur rimanendo in posa, non era certamente inattivo; come tutte le persone dotate di grande intelligenza, con il movimento degli occhi coglieva tutto quello che c’era intorno a sé.»

A ritratto concluso, Armani esprime il proprio apprezzamento per il lavoro di Vernizzi, riconoscendovi qualcosa che corrisponde profondamente alla percezione di sé. La pittura raggiunge così un livello ulteriore rispetto alla semplice somiglianza: non registra soltanto un volto, ma ne restituisce la consapevolezza, il carattere, la misura.

L’anno successivo, nel 1982, Time dedica ad Armani la celebre copertina Giorgio’s Gorgeous Style: il riconoscimento internazionale è ormai compiuto. Il dipinto di Vernizzi appartiene invece all’attimo che precede quella consacrazione e proprio in questa anteriorità risiede oggi parte della sua forza. Sulla tela compare un Armani già definito nella misura, nel riserbo e nell’autorevolezza, ma ancora sottratto alla codificazione pubblica che di lì a poco ne avrebbe reso la figura universalmente riconoscibile.

A oltre quarant’anni di distanza, l’opera acquista così una profondità che eccede la circostanza del suo concepimento. Non è soltanto la memoria di un incontro, ma la traccia sensibile di un’epoca.

Vi affiora la Milano dei primi anni Ottanta, quando pittura, moda, design ed editoria condividevano un medesimo terreno di elaborazione culturale e contribuivano, ciascuno attraverso il proprio linguaggio, a ridefinire l’estetica e i codici della contemporaneità.

Rivedere oggi questo dipinto a Forte dei Marmi significa allora ritornare a un istante ancora aperto, precedente alla storia già scritta: Vernizzi non consegna alla tela l’icona Armani, ma l’uomo nel momento in cui quell’icona sta per nascere. Ed è forse proprio in questa sospensione, tra presenza e destino, che il ritratto conserva intatta la propria forza.


MACROPOP – ROSI FONTANA

Concept Mostra

Gli oggetti dipinti da Luca Vernizzi – banali, non emblematici, persino insignificanti e quasi privi di valore – accompagnano la nostra quotidianità e incidono con la loro presenza nel nostro spazio e nel nostro tempo. Sono “cose” che ci rappresentano, che guardiamo senza guardare, che tocchiamo senza toccare, che usiamo senza pensare. Nell’attuale società gli oggetti sono privi di valore o ne hanno troppo, si consumano in fretta, acquistano e perdono significato con estrema rapidità, non hanno, nella maggior parte dei casi, alcun valore affettivo o, in contrapposizione, possono rappresentare un’ossessione, la smania di possesso, un legame sentimentale. Le “cose” non ci somigliano, ma ci raccontano, ed è da questo racconto che attraverso i ritratti Macro Pop di Luca Vernizzi possiamo riconoscere di quanti milioni di piccoli gesti si compone il fare e l’avere e quanta parte di vita consumiamo attraverso l’uso di questi oggetti.

Guardando al passato è necessario ricordare come le civiltà sepolte si sono disvelate attraverso il racconto proveniente dalle “cose”. Pensiamo al corredo di Tutankhamon, alla tomba Regolini Galassi, a tutti i ritrovamenti della storia antica e della preistoria, dalle punte di selce alle amigdale fino alla Venere di Willendorf.

Le “cose” hanno permesso agli studiosi di conoscere e costruire la vita e le abitudini dei nostri antenati, grazie agli oggetti è stato possibile comprendere la storia e la cultura delle civiltà che ci hanno preceduti.

Le “cose” hanno la capacità di raccontare chi siamo, per questo la lente di ingrandimento smisurata di Luca Vernizzi oltre a svelare la bellezza dell’arte, la straordinaria capacità dell’artista di cogliere l’essenza di un oggetto inanimato, costruendone una nuova e realissima natura morta, è un invito ad immergersi nella cultura contemporanea e a considerare gli oggetti in tutte le loro valenze.


LUCA VERNIZZI – BIOGRAFIA

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1941 e milanese d’adozione, Luca Vernizzi attraversa oltre sessant’anni di pittura italiana mantenendo nel rapporto con il reale il fondamento della propria ricerca. Volti, luoghi e oggetti ne costituiscono la materia privilegiata: presenze che l’artista sottrae all’immediatezza dell’apparire per restituirne il carattere, la memoria, la durata.

Nella ricerca di Vernizzi, la pittura assume il valore di un atto conoscitivo. Ciò che appare sulla tela non è mai semplice trascrizione del visibile: di un volto emerge il carattere, di una presenza la densità psicologica, di un’epoca il clima, delle cose la loro identità più silenziosa. Il reale non viene semplicemente rappresentato, ma interrogato.

Questa disposizione matura precocemente. Figlio di Renato Vernizzi, protagonista del Chiarismo lombardo e interprete di rilievo della ritrattistica italiana del Novecento, e di Maria Teresa Cavalli, pittrice e disegnatrice, cresce in una consuetudine naturale con il disegno e il colore. È un’eredità profonda, assimilata fin dall’infanzia e progressivamente ricondotta a una voce autonoma, distante da ogni semplice continuità familiare.

Alla pratica si accompagna fin dagli esordi una solida curiosità intellettuale. Letteratura, poesia, estetica e critica d’arte concorrono alla formazione di un artista per il quale il fare pittorico non è mai disgiunto dalla riflessione.

Tra il 1963 e il 1967 Luca Vernizzi collabora con Leonardo Borgese alla pagina artistica del Corriere della Sera, esperienza che affina il suo sguardo critico e la capacità di riconoscere, nelle immagini, i segni di una società in trasformazione. Nel 1968, presentato da Emilio Radius, tiene una personale alla Galleria Pagani di via Brera.

Sono anni di profonde trasformazioni, e Vernizzi coglie con particolare acutezza il mutamento antropologico che attraversa Milano. Giovani, incontri, attese e inquietudini affiorano sulla tela come presenze di un presente ancora in divenire. Nasce allora la definizione di “pittore dei giovani”: formula fortunata, ma necessariamente parziale, poiché dietro quei soggetti si delinea già un’indagine ben più vasta sui comportamenti, sui codici e sulle sensibilità attraverso cui una generazione costruisce la propria identità.

Tra gli anni Sessanta e Ottanta, Milano diviene uno dei territori privilegiati della ricerca di Vernizzi. L’artista non ne restituisce la veduta, ma ne indaga la trama umana: figure, incontri, abiti, interni e rituali quotidiani si compongono in un atlante umano del proprio tempo, nel quale la dimensione individuale si apre progressivamente a una lettura collettiva. Nei grandi formati, questa intuizione acquista una più ampia risonanza. Il quotidiano si sottrae alla contingenza e la singola scena oltrepassa il proprio carattere episodico, fino a farsi immagine di una condizione condivisa. Vernizzi non racconta semplicemente ciò che accade: coglie, attraverso le presenze che abitano le sue tele, il clima sensibile di un’intera epoca.

Nel 1975 il Museo d’Arte Moderna di Saarbrücken gli dedica un’importante esposizione; nello stesso anno Vernizzi avvia l’insegnamento di Disegno all’Accademia di Belle Arti di Brera, che proseguirà fino al 2013. Nel 1979 presenta all’Arengario La vita dell’uomo, composizione di oltre nove metri nella quale la sua vocazione monumentale trova una delle espressioni più compiute. L’immagine si espande oltre i limiti consueti del quadro, assume una dimensione ambientale e stabilisce con lo spettatore un rapporto fisico, prima ancora che contemplativo.

Accanto alla grande dimensione, il ritratto rappresenta uno dei cardini della poetica di Vernizzi. La somiglianza non è mai un approdo, ma il punto di accesso a una più sottile indagine dell’identità. Il volto diviene una soglia attraverso cui affiorano carattere, temperamento e vita interiore; lineamenti, postura e sguardo concorrono a restituire ciò che la sola evidenza fisionomica non potrebbe esprimere. Ritrarre significa allora cogliere, oltre le sembianze, la qualità irripetibile di una presenza.

Nel corso della sua carriera, davanti alla tela di Vernizzi prende forma una vera e propria costellazione della cultura italiana: Giulietta Masina, Valentino Bompiani, Alberto Lattuada, Mario Tobino, Enzo Biagi, Eugenio Montale, Dino Buzzati e Umberto Veronesi, fino a Vittorio Sgarbi, Paolo Crepet e Marcello Veneziani. Riunite idealmente, queste figure compongono una geografia umana del Novecento e della contemporaneità, nella quale la singola identità si apre inevitabilmente al racconto di un clima culturale e di un’epoca.

È proprio nell’ampliamento del concetto di ritratto che Vernizzi giunge a uno degli esiti più originali del proprio percorso. Persone, luoghi e cose finiscono per appartenere a un medesimo orizzonte: a interessarlo non è la gerarchia del soggetto, ma ciò che ne determina l’unicità e ne rende riconoscibile la presenza.

Da questa prospettiva nascono le grandi composizioni dedicate agli oggetti quotidiani. Chiavi, occhiali, accappatoi, annaffiatoi, flaconi di detersivo vengono isolati dal loro contesto, ingranditi fino a proporzioni monumentali e sottratti all’automatismo dell’uso. La variazione di scala modifica radicalmente il nostro rapporto con ciò che credevamo di conoscere: l’oggetto abituale perde la propria ovvietà e torna a imporsi allo sguardo.

Vernizzi interviene così su quella particolare forma di cecità che nasce dalla consuetudine: le cose che più ci sono prossime sono spesso quelle che vediamo meno sottratte all’automatismo dell’uso e portate al centro della tela, tornano ad acquistare presenza e a imporsi allo sguardo.

Ciò che serviva semplicemente a qualcosa comincia a significare qualcosa. Le cose trattengono gesti, abitudini, desideri, consumi; diventano indizi della società che le produce e delle vite che le attraversano. L’esperienza del ritrattista riaffiora qui in una forma inattesa: anche un oggetto possiede una fisionomia, può custodire una storia, può diventare depositario di memoria.

Questa concezione trova una sintesi significativa in Ritratti di cose, di luoghi, di persone, progetto presentato nel 2025 all’APE Parma Museo e accompagnato dall’omonimo volume pubblicato da MUP Editore, con contributi di Angelo Crespi e Stefano Zuffi. Il titolo chiarisce un principio maturato nell’arco di decenni: per Vernizzi il ritratto, prima ancora che un genere, è una modalità di conoscenza del reale.

Alla pittura si affianca costantemente la scrittura. Le raccolte poetiche L’ombra della finestra, introdotta da Mario Tobino, e Come una tovaglia d’oro, con introduzione di Gianmarco Gaspari, insieme alla riflessione teorica di Decorativismo e Arte e alle pagine di Negli occhi e nella mente, appartengono alla stessa esigenza di interrogare l’esperienza e conferirle una forma durevole.

Negli anni, il lavoro di Vernizzi assume una crescente dimensione internazionale, con esposizioni dalla Galleria Nazionale Atatürk di Ankara agli Archivi Imperiali della Città Proibita di Pechino, fino al Centro Culturale Borges di Buenos Aires. Nel 2011 realizza il monumento dedicato a Giovanni Paolo II presso il Santuario del Divino Amore a Roma e partecipa alla 54ª Biennale di Venezia con Ieri sera Caravaggio. Seguono, tra gli appuntamenti più significativi, L’inerenza e l’altrove alla Triennale di Milano, nel 2016; Il ritratto, il volto, l’identità al Museo Civico di Bormio, nell’ambito de La Milanesiana, nel 2018; e, nel 2022, IO-TU-IO. Renato Vernizzi e Luca Vernizzi. Un secolo di ritratti all’APE Parma Museo, dove il confronto con l’opera paterna restituisce la profondità di una vicenda pittorica attraversata da due generazioni.

Nel tempo, la sua opera ha sollecitato l’attenzione di Riccardo Bacchelli, Giovanni Testori, Rossana Bossaglia, Elena Pontiggia, Chiara Gatti, Angelo Crespi e Stefano Zuffi, delineando una fortuna critica che accompagna le diverse stagioni del suo lavoro.

Al di là della successione di mostre, incontri e riconoscimenti, tuttavia, la continuità più profonda dell’opera di Vernizzi risiede nella persistenza del suo sguardo. Dai giovani della Milano degli anni Sessanta ai protagonisti della cultura italiana, dalle grandi composizioni dedicate alla società del proprio tempo fino agli oggetti monumentali degli anni più recenti, permane la medesima attenzione verso ciò che il reale rivela quando viene sottratto alla distrazione dell’abitudine. Un volto, un luogo, un oggetto possono così appartenere alla stessa storia. Tutti portano i segni del tempo; tutti trattengono qualcosa di chi li ha abitati, attraversati o posseduti.

Vernizzi dipinge il presente mentre è ancora tale, prima che la distanza lo trasformi in memoria. È forse qui che risiede il nucleo più persistente della sua poetica: nella capacità della pittura di trattenere ciò che passa e di concedere durata a ciò che, per sua natura, è destinato a mutare.


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