Ci sono fiere dove per vedere un quadro bisogna attraversare un deserto di neon, installazioni e performance che spiegano più di quanto mostrano. AMART, la mostra dell’antiquariato che chiude oggi al Museo della Permanente di Milano, è l’esatto contrario: oltre sessanta gallerie e, alle pareti, roba che si guarda con gli occhi. Fascino puro, altro che le solite trovate. E non è un caso isolato: da qualche anno anche nelle fiere concettuali chic, Artissima in testa, la pittura e soprattutto il figurativo largheggiano. Qui, semplicemente, non se n’erano mai andati.
Il colpo più forte l’ho preso da Maison d’Art, Monte Carlo: i due Filippo Napoletano, la Strage degli innocenti e il Martirio di santa Caterina, pittura straordinaria su ardesia.
Ma AMART è anche cortocircuito temporale. Salamon Fine Art ci spoglia dal superfluo e ci porta all’essenza dell’inquadratura con una magnifica acquaforte del 1933 di Giorgio Morandi, Natura morta con la caffettiera, dove lo spazio si fa pura astrazione. Mentre la galleria Giampaolo Abbondio spariglia del tutto le carte inserendo la provocazione fotografica contemporanea di autori come Simone Bergantini ed Edo Bertoglio.
Poi le sorprese. Conquistano quelli che io chiamo «armadi delle meraviglie», mobili-scrigno che promettono più di quel che mostrano, wunderkammer da guardare con garbo.
L’antico non è un museo, è un piacere contemporaneo. E se il figurativo sta tornando alla ribalta, qui c’era già













