Alik Cavaliere, cento anni di scultura: il racconto della figlia Fania

0

Nel centenario di Alik Cavaliere, la figlia Fania racconta il padre e ci accompagna alla scoperta del Centro Artistico dedicato alla sua opera

In via De Amicis, nel cuore di Milano, un antico convento custodisce l’atelier dello scultore Alik Cavaliere: un luogo sospeso tra realtà e immaginazione, dove gli alberi hanno radici nella terra e rami d’artista, i frutti sembrano appena colti e le foglie filtrano la luce sulle superfici metalliche delle sculture che raccontano la metamorfosi incessante della vita. Ci sono gli alberi di limoni, un caco troneggia in mezzo allo spazio verde con i suoi pomi arancioni, pieni e luminosi, che pendono dai rami come lanterne d’autunno; attorno, tante opere di bronzo in un equilibrio solo apparentemente casuale si confondono quasi con la vegetazione, come se fossero cresciute insieme alle piante, nutrite dalla stessa linfa o dagli antichi muri. E proprio quando siamo assorti in questa quiete, compare un visitatore inatteso: uno scoiattolo. Attraversa rapido il giardino, poi si ferma per un istante, come se anche lui volesse osservarci. Lo seguiamo con lo sguardo finché scompare tra le foglie.

Un luogo nel quale l’occhio perde per un momento la certezza di ciò che sta guardando: un ramo può essere vivo oppure fuso nel metallo, un frutto può appartenere alla stagione oppure a un tempo immobile, una forma contorta può sembrare il risultato di una crescita naturale o la testimonianza di una metamorfosi. Non si è mai del tutto sicuri dove finisca la natura e dove cominci l’arte, tra il vegetale e il minerale, ciò che cresce e ciò che è stato fissato per sempre nella materia.

giardino del Centro Artistico Alik Cavaliere, 2019. Ph. Credit Walter Carrera

C’è qualcosa di profondamente umano in questo disordine poetico, in questa impossibilità di separare nettamente la bellezza dalla fragilità, la vitalità con la minaccia, la libertà con il desiderio di imprigionarla. I suoi alberi non sono semplici elementi naturali, bensì creature che resistono, cercano spazio e portano su di sé i segni delle costrizioni. Allo stesso modo, i frutti diventano simboli di desiderio, tentazione e promessa. Nelle sue opere, nulla è definitivamente compiuto e nulla resta immutato: tutto è attraversato da una continua trasformazione. L’uomo può diventare albero, un oggetto può acquistare una vita imprevista. Anche i materiali, diversi e talvolta contraddittori — metallo, legno, vetro, acqua, colore — sembrano partecipare a una continua negoziazione tra il mondo naturale e quello costruito dall’uomo. Il metallo, materia apparentemente fredda e definitiva, si anima di una vita inquieta, quasi dolorosa. Nel giardino di Alik Cavaliere, persino il bronzo sembra ricordarci che nulla è davvero fermo.

È qui che si apre il mondo di Alik Cavaliere, scultore tra i protagonisti dell’arte italiana del Novecento, di cui si celebra il centenario della nascita (5 agosto 1926 a Roma, scomparso il 5 gennaio 1998 a Milano), ed è qui che il suo ultimo studio, oggi Centro Artistico a lui dedicato (apertura martedì e mercoledì dalle 15:00 alle 18:00 con ingresso libero), continua a custodire opere, disegni, scritti, corrispondenze, taccuini, bozzetti e documentazione fotografica, configurandosi come un archivio fondamentale per lo studio non soltanto di Cavaliere, ma anche delle relazioni artistiche della Milano del secondo Novecento.

Ad accoglierci è Fania Cavaliere, figlia di Alik e custode appassionata del luogo e della memoria del padre. Ci guida con la naturalezza di chi ne conosce ogni dettaglio e con la consapevolezza di custodire un patrimonio che va oltre la dimensione privata: un’eredità artistica e umana da condividere, affinché continui a parlare al presente.

Le opere continuano a dialogare con il mutare delle stagioni, la luce e gli elementi atmosferici, mentre il giardino rimane un organismo vivo, in costante trasformazione. È in questo rapporto dinamico tra arte e natura che si ritrova uno dei principi fondamentali della ricerca di Alik Cavaliere: la vita come relazione continua tra l’essere umano e il mondo naturale.

«Questo è stato lo studio di mio padre dal 1986», racconta Fania. «È un luogo in cui anch’io ho trascorso parte della mia vita: ho visto crescere questi alberi, piantati da Alik stesso. Lo divenne dopo la celebre nevicata del gennaio 1985, che provocò il crollo del tetto del grande capannone di via Bocconi 15, che Alik aveva preso in affitto dal Comune di Milano nel 1962, trasformandolo nel suo storico studio d’artista, circondato da un piccolo orto-frutteto. Chi veniva a trovarlo in via Bocconi lo vedeva intento a zappare l’orto, a raccogliere i frutti dagli alberi o a dare da mangiare agli animali che gli zampettavano attorno: conigli, oche e gatti randagi. Capitava che chi arrivava per acquistare una scultura venisse accompagnato da Alik nell’orto, per vedere la frutta e la verdura che coltivava».

D’altronde, il rapporto con la natura è stato centrale nella ricerca di Alik Cavaliere. «È stata una fonte d’ispirazione per tutta la sua vita, anche se la sua non è mai una natura realistica, ma una natura capace di interrogare la condizione umana», spiega Fania.

Tra le opere che popolano questo universo c’è Apollo e Dafne, in cui l’artista rilegge il mito antico attraverso una materia che sembra ribellarsi alla propria forma. Dafne fugge, cerca una via di salvezza, tenta di sottrarsi alla presa del dio. Il suo corpo si trasforma: la carne lascia spazio al legno, le braccia diventano rami e la figura umana si avvia verso una metamorfosi che è, al tempo stesso, salvezza e perdita. Ma la fuga è ostacolata da una rete metallica, una trama che stringe e imprigiona. La natura non è più un rifugio idilliaco, ma l’ultima possibilità di libertà, conquistata attraverso una trasformazione dolorosa.

Susi e l’albero: una figura umana, raccolta e quasi meccanica, si confronta con un albero livido sul quale spicca una mela rossa, accesa, sensuale. La composizione è racchiusa in una struttura di vetro attraversata dall’acqua: il suo scorrere introduce un elemento sonoro, un respiro che contrasta con l’immobilità delle forme. Il frutto sembra promettere la vita, ma attorno a quella promessa aleggia una sottile inquietudine.

Nelle installazioni di Alik Cavaliere, la gabbia assume un significato simbolico che va oltre la sua funzione di contenitore, diventando metafora della costrizione e della negazione della libertà. Alla rigidità delle strutture metalliche si contrappone la vitalità degli elementi naturali: rami e vegetazione sembrano cercare una via di fuga, tentando di superare i confini imposti. «Alik era convinto che esistesse sempre la possibilità di agire in armonia con la natura: divenire parte attiva di un cosmo infinito e unitario».

Da questo contrasto nasce una tensione tra prigionia e libertà, tra il desiderio di controllo e la forza vitale della natura. Attraverso le sue opere, Cavaliere indaga il rapporto conflittuale tra uomo e mondo naturale, riflettendo sul tentativo umano di dominare e ordinare ciò che, per sua stessa essenza, è libero e in continua trasformazione.

Le sculture e i disegni restituiscono l’immagine di un artista che non ha mai smesso di sperimentare, di accostare materiali, di inseguire nuove forme narrative, saldando, fondendo, sbalzando ed assemblando.

«Alik utilizzava i materiali più svariati, dalla ceramica al metallo, dal collage al vetro, accostandoli e lavorandoli con ogni tecnica possibile. Ne faceva un vanto», racconta Fania. «Apponeva sulle sculture patine create da lui stesso, in cucina. Tentava sempre, faceva esperimenti. D’altronde era figlio di un chimico-poeta…», sorride Fania.

«Recupera la tecnica antica della fusione a cera persa, ma la utilizza per costruire organismi instabili, attraversati da suggestioni letterarie e filosofiche. Alcune opere sono concepite persino per essere bagnate: in una di esse, una pompa integrata nella scultura fa fuoriuscire l’acqua, rendendola parte integrante dell’opera».

«La scultura presa in sé non esiste», scriveva Cavaliere nei suoi taccuini. Carboncini, chine, acquerelli, tempere, collage e stampe “bozzoli” — come Cavaliere chiamava i grovigli di cera e rami che avrebbe poi portato in fonderia per fare di essi delle sculture — raccontano il processo creativo che accompagna tutta la sua ricerca. Una produzione ancora poco conosciuta, che permette di seguire le idee nel loro farsi opera.

«Dietro ogni lavoro c’è sempre una storia», spiega Fania. «Le sue opere parlano, ma spesso custodiscono delle sorprese: non tutto si rivela a un primo sguardo. Alik non spiegava mai le sue sculture. Gli piaceva lasciare allo spettatore la libertà di interrogarsi, riflettere e arrivare alle proprie interpretazioni. Anche i suoi scritti, raccolti in decine di taccuini, sono spesso criptici».

Alik Cavaliere nasce a Roma il 5 agosto 1926. Figlio del poeta Alberto Cavaliere e della scultrice Fanny Kaufman, nata a Jalta in Russia alla fine dell’Ottocento in una famiglia ebraica ricca e colta, Alik cresce a contatto con l’arte. Fin da bambino la madre gli mette in mano un blocco di creta da modellare. Nel quaderno del 28 agosto 1943, a soli diciassette anni, si definisce già «scultore». Compie gli studi al Liceo Berchet di Milano e si diploma all’Accademia di Brera, seguendo i corsi di Francesco Messina. Conosce Manzù, Funi e Marini, del quale diventa prima assistente e poi il diretto successore alla cattedra di scultura a partire dal 1970 per oltre 30 anni, ricoprendo anche la carica di direttore dell’Accademia di Belle Arti di Brera tra il 1988 e il 1995. La prima esposizione risale al 1945, durante una mostra collettiva di giovani artisti, mentre tiene la prima mostra personale alla Galleria Colonna a Milano nel 1951. Partecipa più volte alla Biennale di Venezia. Nel 1972 presenta I Processi, installazione monumentale ispirata a Shakespeare, che unisce scultura, teatro, letteratura e musica, con testi di Roberto Sanesi e musiche di Bruno Canino. Muore il 5 gennaio 1998 a Milano.

Fania mi mostra lo scritto che Dario Fo dedicò ad Alik Cavaliere dopo la sua scomparsa. I due artisti erano legati da una profonda amicizia e da una sincera stima reciproca, nate negli anni della giovinezza quando frequentavano insieme l’Accademia di Brera nel 1940, seguendo lo stesso corso. Impossibilitato a partecipare al funerale dell’amico perché impegnato a Trento con la moglie Franca Rame, Dario Fo volle ricordarlo con una commovente lettera d’addio intitolata Quel giorno che rubammo un tram e pubblicata su la Repubblica il 7 gennaio. Uno scritto che custodisce il ricordo di un’amicizia profonda, nata negli anni della formazione artistica e rimasta viva nel tempo.

Ecco alcuni stralci:

«L’ironia, il gioco del paradosso, la follia erano i nostri propulsori vitali. Ma tu di questa vitalità, Alik, eri il campione assoluto. Fu tua l’idea di rubare il tram. Mi ricordo, l’avevano lasciato lì, in una specie di binario morto, presso l’Isola. “Saltiamo su ’sto tram e andiamoci a fare un bel giro. Basta innestare il troller…”. “E poi chi guida?”. “Io… è facile… proprio come guidare un tram”. Eravamo in cinque. Detto fatto, siamo saltati su e via… E Alik lo portavi davvero quel tram… producendo scossoni terribili. Alla fermata sono saliti una decina di viaggiatori: “Dove va questo tram?”. “Dove volete voi!” e infatti si fermava su richiesta di ogni ospite e alla fermata regolamentare spesso tirava avanti. Avevamo inventato il surrealismo-libero-anarco-tramviario».

Nella lettera, Dario Fo ricorda anche che durante il ’68 era andato a trovare Alik Cavaliere a Brera, nel salone in cui insegnava. L’ambiente era affollato di giovani intenti a lavorare con materiali di ogni genere: scatole, tubi di cartone, ferro, plastica, polistirolo, calce e gesso. Sembrava un deposito di materiali di scarto. In quell’occasione, gli studenti stavano realizzando collettivamente un giardino popolato da elementi sorprendenti e inquietanti. Al centro si sviluppava un labirinto di percorsi tortuosi, trappole, canali e muraglie; intorno si trovavano piante insolite dai frutti giganteschi, piccole statue di ragazze dal realismo sconcertante e persino un cavallo rosso animato da un meccanismo a molla. Sullo sfondo avanzava un carro armato, mentre da un albero pendeva la figura di un impiccato. «Era insieme il giardino delle delizie e dell’orrore, ma era lo spettacolo del nostro tempo. Alik è sempre stato un uomo “attuale”, di certo più presente d’ogni storico normale».

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here