Due passi alla Biennale di Istanbul

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Biennale Istambul3Sale, acqua, pane: elementi senza i quali la vita umana è impossibile. Li consegna a ogni fedele il Patriarca armeno di Istanbul, dopo la messa solenne del 6 gennaio – Natale ed Epifania insieme, per loro ancora coincidono – nella storica sede di Kumkapı, in riva al mare di Marmara. La connessione tra la storia tragica degli armeni di Turchia e l’acqua salata del Bosforo è l’aspetto più accattivante e artisticamente rilevante della Biennale di arte contemporanea di Istanbul, giunta alla quattordicesima edizione. E’ curata da Carolyn Christov-Bakargiev, è visitabile fino al 1° novembre (la sede dell’Istambul Modern sarà aperta fino al 26 novembre), e ha per l’appunto come tema l’acqua salata, “Tuzlu su”.

La formula si è rivelata vincente: la Biennale non è concentrata un’unica sede espositiva, ma ha preso possesso della città e del canale marino che la divide e la unisce a due continenti. Una Biennale dilatata, in 35 tappe: il museo Istanbul Modern come ancoraggio, il liceo italiano dove si è svolta la conferenza stampa di presentazione a inizio settembre, banche ottocentesche trasformate in hotel, la casa dell’esilio di Trotsky sulle isole dei Principi, residenze aristocratiche abbandonate, hamam e garage, musei e sotterranei. Seguendo il consiglio della curatrice, l’abbiamo visitata e vissuta come gli abitanti di Istanbul: una meta alla volta e senza fretta, nei ritagli di tempo, tra un appuntamento e una conferenza, a in pedi e in traghetto. Niente barriere tra l’arte e la quotidianità, insomma.

Stitched PanoramaLa formula si è rivelata vincente perché gli istanbulioti si sono riappropriati della loro città, l’hanno scoperta a volte: l’ingresso alla Biennale è gratuito, le presenze – anche di stranieri, a dir la verità – sembrano sempre nutrite. E hanno aiutato la guida e la mappa, minimaliste ma rigorose e precise, realizzate dal collettivo italiano LeftLoft. C’è però una controindicazione, molto evidente: il maggior interesse per i luoghi in sé che non per le opere, tranne alcune notevoli eccezioni. I visitatori li abbiamo sorpresi ad esplorare luoghi, a intrufolarsi, riservando all’arte solo sguardi distratti.

Dopotutto, solo 60 creazioni sulle oltre 500 esposte sono state pensate per la Biennale, hanno un legame diretto e non cervellotico con la “Tuzlu su”, hanno un rapporto di simbiosi coi luoghi e la città che le ospitano. Il resto è riciclo d’autore, spesso di natura fastidiosamente politica (per “politica” s’intende la sinistra radicale e barricadera, ovviamente). Insomma, era proprio necessario selezionare la Venere degli stracci di Pistoletto o l’arte aborigena australiana, addirittura esporre in posizione di preminente visibilità – tutto all’Istanbul Modern – una copia del Quarto stato di Pellizza da Volpedo? Il legame con l’acqua e il sale del Bosforo? L’onda lunga del socialismo, apparentemente: strizzando l’occhio alle proteste di piazza che hanno infiammato la Turchia due anni fa. Il punto è: a cosa serve scegliere un tema se poi, con un pretesto o un altro, si mette nel calderone un po’ di tutto? Una coerenza sbandierata ma che non c’è.

Poi c’è l’impervio filone che sviluppa il sottotitolo “Una teoria delle modalità di pensiero”: un tentativo maldestro di illustrare il nesso tra scienza e arte, di “rappresentare l’invisibile”, attraverso  raccolte di foto e documenti che testimoniano ricerche ottocentesche in fisica, matematica, neuroscienza ma che sono prive di ambizioni artistiche. La presenza italiana è poi trascurabile, a parte qualche nome di grido. In tema c’è solo uno scialbo documentario di Elena Mazzi su Venezia, la laguna e l’arte del vetro: immagini semplicemente giustapposte senza narrazione e neanche alternativamente sperimentazioni, una sorta di filmino da gita scolastica. Unico fondamentalmente degno di nota, Manuele Felisi e la sua personale “Acqua” alla galleria Russo (un evento parallelo, fuori selezione).

Per tornare alla rivoluzione, in effetti Trostky è un po’ il nume tutelare della manifestazione. Ma stavolta a ragione, il legame c’è – i 4 anni d’esilio sull’isola di Büyükada, proprio davanti a Istanbul –  ed è stato esplorato in modo intelligente. William Kentrindge ha trasformato un ambiente dell’hotel Splendid Palas in mini-cinema, il cui schermo è distribuito su 5 porte: il rivoluzionario bolscevico vi appare in tutta la sua fierezza oratoria, mentre ospiti e personale continuano relax e mansioni. Adriàn Villar Rojas ha popolato le acque davanti alla residenza di Trostky in mattoni rossi, decrepita e in vendita,  di chimeriche creature in fibra di vetro a grandezza naturale: un bestiario fluttuante di elefanti, rinoceronti, cavalli, orsi, giraffe, gorilla, leoni, struzzi, bisonti che portano sul loro dorso – o a volte sono con loro fusi – oggetti o altri animali di stoffa, legno, ferro, terracotta. Sullo sfondo la città di Istanbul, nella sua impressionante e capillare estensione a perdita d’occhio.

Infine gli armeni, il sale, le ferite ancora aperte dello sterminio del 1915. “Il silenzio di Ani” di Francis Alÿs, al centro culturale Depo, è un’elegia per immagini: le rovine della città dalle 1001 chiese, abbandonata da tempo, in cui ragazzi s’inseguono popolandola di suoni prodotti con richiami per uccelli (esposti in sala). All’Istanbul Modern, ci sono invece 12 grandi teste di Sonia Balassanian – silenziose, che parlano di memorie nate dal dolore – scolpite nel tufo di cave vicino ad Ani; mentre l’inchiostro porpora di Aslı Çavuşoğlu, tradizionalmente ricavato goccia a goccia da una coccinella dell’Ararat, disegna finemente il processo di violenta separazione tra armeni e turchi.

Alla scuola greco-ortodossa di Galata, infine, Michael Rakowitz ha raccolto rilievi e riproduzioni di elementi architettonici dovuti ai famosi maestri armeni della Istanbul ottocentesca, insieme ad ossa di animali che testimoniano le tragedie del popolo armeno: e la cui polvere veniva tradizionalmente usata ritualmente nella produzione degli stucchi. Nello stesso spazio espositivo Anna Boghiguian ha messo in scena, nell’installazione forse più efficace e convincente della Biennale, il naufragio di mercanti di sale: una barca carica anche di conoscenze – vele, formule, minerali – riscoperta in una futura epoca post-digitale, vittima smemorata della corrosione proprio del sale. Il sale che nutre e preserva, il sale che distrugge.