L’ossessione per Antinoo, il giovane più bello dell’impero romano di Angelo Crespi Di origine francese, ma nato a Tunisi, George de Canino è il pittore della comunità ebraica di Roma. Abita al portico di Ottavia. Spesso ha dipinto i simboli dell’ebraismo, molto spesso ha ricordato nelle sue tele la dannazione della Shoah. Da sempre ha però un’ossessione radicata per Antinoo, il giovane più bello dell’Impero Romano, amato da Adriano. Cosa solo in apparenza comprensibile, poiché l’imperatore – innalzato a simbolo virtuoso dell’antichità dalla feconda penna di Marguerite Yourcenar – è, a ragion veduta, considerato dagli ebrei, un massacratore. Fu lui a radere al suolo Gerusalemme tra il 132 e il 135 dC, a cambiarle il nome in Aelia Capitolina, a imporre che la Giudea per i secoli fosse chiamata Syria Palestina. Una contraddizione dunque, che non impedisce a de Canino di amare da sempre il volto imberbe del giovane efebo, innalzato a (quasi) divinità dopo una morte prematura e raffigurato in centinaia di statue. Da artista raffinato, fin dall’inizio della sua lunga carriera, ha dunque approfondito questo mito laico, con un lavoro decennale che trova compendio nella mostra in corso nella splendida villa Mondragone sui colli romani, dove guarda caso nel 1700 fu trovata una testa colossale in marmo di Antinoo oggi conservata al museo del Louvre. Rispetto agli inizi, la tecnica di de Canino si è affinata, dal disegno alla pittura, per trovare oggi una nuova dimensione del tutto contemporanea che parte dalla fotografia per giungere a risultati inaspettati di sovrapposizione tra dato reale e visione onirica. Il culto di Antinoo ritrova, nelle sfaccettature delle sue opere, una rinnovata sacralità, quasi che l’efebo potesse aspirare a essere ancora una divinità e non solo una figura cristallizzata nel mito. E’ questa la raffinata ed esoterica riuscita del suo lavoro, riportare in vita un Dio che le innumerevoli raffigurazioni antiche (e contemporanee) trattengono dall’oblio: una sorta di resurrezione forzata dall’amore che l’artista, come un anacoreta, dedica al proprio dàimon. 26.05.2014
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