Un tavolo spoglio, una soglia consumata, la polvere illuminata dal sole: Karam Cannarella racconta perché gli oggetti dimenticati custodiscono la parte più autentica della nostra storia.
Ci sono cose davanti alle quali passiamo senza fermarci: una sedia rimasta in un cortile, una porta scolorita, un tavolo in una casa ormai vuota. Non servono più a nessuno, almeno così sembra. Eppure, qualche volta, basta una luce diversa per farcele guardare a lungo.
Che cosa ci trattiene?
Sulla seduta di quella sedia il legno è consumato. Qualcuno vi si è seduto ogni giorno, forse aspettando una visita, prendendo il fresco, riposando dopo il lavoro. Non sappiamo chi fosse. Vediamo soltanto il segno lasciato dal suo corpo. È da quel poco che comincia la nostra attenzione.
Le cose abbandonate conservano tracce che gli oggetti nuovi ancora non possiedono. Un bordo levigato dalle mani, la vernice più chiara nel punto in cui batteva il sole, il cerchio lasciato da un bicchiere: piccoli cambiamenti attraverso i quali una vita è entrata nella materia.
Quando dipingo, spesso mi fermo proprio lì. Mi interessa una parete sulla quale si riconosce il rettangolo di un quadro tolto. Mi interessa una tenda rimasta accanto a una finestra, con la luce che continua a muoverla anche se la stanza è vuota. L’assenza prende consistenza in questi dettagli. Possiamo avvertirla senza conoscere la storia di chi abitava quel luogo.
Naturalmente, l’abbandono porta con sé anche incuria, perdita, talvolta dolore. Una casa che cade avrebbe forse potuto essere salvata. Un laboratorio chiuso può significare un mestiere scomparso, una famiglia costretta ad andarsene. Guardare la bellezza di ciò che rimane chiede anche rispetto per ciò che è accaduto.
Per questo, davanti a un luogo abbandonato, cerco di non riempire subito ogni silenzio con una storia inventata. Osservo. Dove arriva la luce? Quale oggetto è rimasto? Che cosa rivela la polvere? A volte un solo particolare basta a dare alla stanza una presenza.
È anche ciò che cerco nella mia pittura, nel percorso che chiamo Restanza: dare spazio a quello che continua a parlarci dopo una partenza. Una soglia consumata può suggerire il passaggio di molte persone. Un tavolo spoglio può far sentire il peso di un incontro finito. Il colore raccoglie queste impressioni e le trasforma, lasciando a chi guarda la libertà di riconoscervi qualcosa di proprio.
Forse ci avviciniamo alle cose abbandonate perché conosciamo anche noi la paura di essere dimenticati. Vedere che una semplice sedia riesce ancora a trattenerci ci riguarda da vicino.
La prossima volta che incontriamo una porta chiusa da anni, fermiamoci un momento. Guardiamo la maniglia, il legno, la luce sullo stipite. Prima di cercare una spiegazione, concediamole la nostra attenzione. È un gesto piccolo. Qualche volta, la bellezza comincia proprio da lì.













