La libertà non si baratta: Guareschi, l’eretico che ci insegnò a dire no

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Giovannino Guareschi nel ritratto e analisi del critico Emanuele Beluffi per l'uscita del libro di Marco Ferrazzoli
Giovannino Guareschi in uno scatto d’epoca rielaborato a colori (Frame da servizio Rai / Rielaborazione per Il Giornale OFF)

C’è chi passa una vita intera a farsi perdonare le proprie idee e chi, al contrario, ha fatto della schiena dritta l’unico vero manifesto esistenziale. Giovannino Guareschi apparteneva a questa seconda, rarissima razza di uomini.

Umorista corrosivo, penna senza sconti, matita acuminata capace di fare a pezzi la retorica del potere con la grazia beffarda del buonsenso contadino, Guareschi resta un gigante scomodo. Troppo libero per i salotti, troppo cattolico per i compagni, troppo anarchico e monarchico per i democristiani, troppo controcorrente per un’Italia che ha sempre preferito il compromesso al coraggio.

A restituire a questo straordinario intellettuale del Novecento la statura che merita arriva oggi nelle librerie il saggio di Marco Ferrazzoli, «Ho imparato a dire no (ma c’è voluta una guerra). Vita, opere e libertà di Giovannino Guareschi», edito da Rai Libri. Un’opera attesa e necessaria, che esce in perfetta sincronia con il biopic televisivo Rai «Non muoio neanche se mi ammazzano» (diretto da Andrea Porporati, di cui lo stesso Ferrazzoli è stato consulente e co-sceneggiatore).

La coerenza pagata sulla propria pelle

Dire no non è gratis: costa fatica, costa solitudine, e per Guareschi è costato prima il filo spinato dei lager nazisti in Polonia e Germania – condiviso con 650.000 Internati Militari Italiani che rifiutarono l’adesione a Salò e al Terzo Reich – poi il carcere nel dopoguerra per vilipendio e diffamazione, e infine il boicottaggio e la chiusura del suo Candido.

Come avevamo già raccontato su queste colonne ripercorrendo la tempra dell’anticonformista della Bassa, Guareschi non era tipo da cercare alibi. La sua era una fedeltà ostinata alla coscienza: «Non muoio neanche se mi ammazzano», amava ripetere, trasformando il sarcasmo in scudo etico contro ogni conformismo ideologico.

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«Non muoio neanche se mi ammazzano: una dichiarazione di guerra al conformismo che Guareschi ha onorato fino all’ultimo giorno.»

Oltre il folklore del Mondo Piccolo

Ferrazzoli – giornalista professionista, dirigente tecnologo del CNR, docente universitario e tra i massimi studiosi guareschiani – compie un lavoro di scavo che va ben oltre la rassicurante cartolina di Don Camillo e Peppone. Quei personaggi immortali, capaci di parlare a mezzo pianeta e di trasformare Guareschi nello scrittore italiano più tradotto al mondo dopo Collodi e Dante, non erano una farsa campagnola, ma un’epopea tragica e tenerissima dell’anima profonda d’Italia.

Nel saggio emergono con nitidezza i passaggi nodali della sua parabola: dal peso decisivo delle vignette di Candido nelle storiche elezioni del 18 aprile 1948 – quando lo slogan «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no» spostò gli equilibri della Repubblica – fino all’amarezza per l’ostracismo di un establishment culturale cieco di fronte alla sua modernità espressiva.

Una lezione per l’oggi

Riscoprire oggi Giovannino Guareschi attraverso le pagine rigorose e appassionate di Marco Ferrazzoli non è un esercizio di nostalgia per una Bassa che non c’è più, ma un antidoto potente contro l’omologazione del pensiero contemporaneo. Un promemoria salutare per chiunque creda ancora che l’ironia sia la forma più alta della dignità e che la libertà intellettuale non ammetta tessere di partito né compromessi al ribasso.

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