Nessuno è davvero al sicuro

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Andrea Musto, Hikikomori, scultura

Una parola inglese semplice, quasi rassicurante: SAFE. Sicuro. Protetto. Fuori pericolo. Poi arriva il resto del titolo: Nessuno si salva da solo. E quella sicurezza comincia a perdere consistenza.

Dal 22 settembre al 4 ottobre, Spazio MU.RO ospita la personale di Andrea Musto, curata da Paola Martino. Un progetto che non ha alcuna intenzione di accompagnare lo spettatore verso una comoda zona di conforto. Al contrario, lo mette davanti a una contraddizione che appartiene profondamente al nostro tempo: mentre costruiamo muri, confini, password, telecamere, dispositivi e schermi per sentirci protetti, fuori — e talvolta anche dentro — quelle protezioni continuano ad aprirsi delle crepe.

Musto parte da una materia che non concede molte possibilità di fuga. Corpi, mani, madri, bambini, frammenti di memoria. La guerra entra nella mostra senza bisogno di trasformarsi in spettacolo. Rimangono le conseguenze, le tracce, ciò che resta dopo il passaggio della violenza. Ed è proprio il verbo restare a diventare importante.

Restano le macerie. Restano i corpi. Restano le immagini. Restano le parole appuntate sui taccuini. Resta soprattutto una domanda: quanto può durare una condizione di sicurezza quando intorno tutto dimostra il contrario?

 

Il percorso mette in relazione esperienze che normalmente preferiamo tenere separate. Da una parte chi vive una guerra, chi è costretto a fuggire, chi attraversa un confine cercando una possibilità di sopravvivenza. Dall’altra chi vive in una società protetta e tecnologicamente connessa, ma sperimenta una solitudine sempre più radicale. Il paradosso è evidente: mai così connessi, mai così soli.

Musto non pretende di dire che queste condizioni siano equivalenti. Non lo sono. La guerra e l’isolamento domestico non possono essere messi sullo stesso piano. Ma possono essere osservati dentro una domanda comune: cosa succede all’essere umano quando viene meno la possibilità di sentirsi parte di qualcosa?

La mostra attraversa anche la memoria storica. L’assedio di Leningrado dialoga idealmente con le guerre del presente. Goya e Kiefer diventano riferimenti di una genealogia artistica che ha scelto di non rendere la violenza spettacolare, ma di mostrarne le conseguenze, il sedimento, la ferita che continua a parlare. Poi arrivano i bambini.

Ed è forse qui che SAFE diventa più difficile da attraversare senza prendere posizione almeno con il proprio sguardo. I bambini che crescono tra le macerie e quelli che trasformano il gioco in una simulazione del trauma appartengono allo stesso tempo. Una frase che non cerca l’effetto emotivo, ma apre una crepa nella nostra idea di normalità.

Anche l’allestimento partecipa a questa esperienza. Alcune opere sono a terra. Per guardarle bisogna abbassarsi, cambiare postura, interrompere per qualche secondo la posizione comoda del visitatore che osserva e passa oltre. È un dettaglio tutt’altro che secondario. Guardare può diventare un gesto fisico.

E poi ci sono i taccuini, sospesi nello spazio. Pensieri, parole, appunti. Non spiegano. Non traducono. Non fanno da manuale di istruzioni per capire l’arte. Restano lì, come restano certe frasi che continuiamo a ripetere mentalmente dopo averle incontrate.

La tecnologia entra invece nella mostra attraverso la collaborazione con Artup, che accompagna il pubblico durante il percorso con una guida digitale. Anche qui la questione non riguarda soltanto la comodità di avere informazioni a portata di mano. L’obiettivo è creare un ulteriore livello di accesso alle opere senza sostituire l’esperienza diretta.

SAFE. Nessuno si salva da solo non promette risposte. E forse è un bene. Alcune domande perderebbero forza se arrivassero già confezionate con la loro soluzione.

Musto ci lascia davanti a una possibilità meno rassicurante: riconoscere che la vulnerabilità non appartiene soltanto agli altri. Che la distanza tra chi è esposto alla violenza e chi pensa di esserne protetto può essere molto più sottile di quanto immaginiamo.

 

 

 

Andrea Musto, Smombie

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