Marta Volontè, la pittura comincia dove finiscono le certezze

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Marta Volontè, Sogno 10

A volte bisogna fare spazio. Non aggiungere, non costruire, non riempire. Semplicemente togliere. Lasciare che qualcosa finisca perché possa comparire una forma ancora senza nome.


È da questo gesto, prima ancora che da un’immagine, che sembra nascere I sogni dell’Ipnagogo, la nuova mostra personale di Marta Volontè. Una pittura che arriva dopo un lungo attraversamento della città, delle sue architetture, delle sue stratificazioni, e che ora sceglie il deserto. Non quello geografico, però. Un deserto interiore, mentale, quasi metafisico, dove il vuoto smette di fare paura e diventa una possibilità.


Volontè, milanese, classe 1997, ha costruito la prima parte della propria ricerca intorno allo spazio urbano. Dopo la laurea in Filosofia all’Università degli Studi di Milano, con una tesi dedicata all’immaterialismo, ha portato nella pittura a olio una riflessione sulla città come organismo, costruzione, esperienza. Nel 2025, con Urbe Angusta, quel capitolo si è chiuso. Adesso la prospettiva cambia.

 

Le nuove tele sembrano respirare. Il cielo e la terra si avvicinano fino quasi a perdere il confine, le architetture si fanno essenziali, le campiture ampie. Templi e portali compaiono dentro paesaggi sospesi, come se appartenessero a una memoria che non sappiamo collocare. Non raccontano una storia precisa e forse proprio per questo lasciano spazio alla nostra.Il punto di partenza è una visione. Durante una meditazione guidata, l’artista immagina un deserto attraversato dalla luce. Al centro compare un tempio e, dentro il tempio, una calla bianca coperta di rugiada. Una scena semplice, quasi impossibile, che contiene già tutto il nuovo ciclo: l’aridità e la vita, la distanza e il rifugio, la morte di una forma e la possibilità della sua rinascita.


Da quella visione arriva anche l’Ipnagogo, figura immaginaria che dà il titolo alla mostra. L’ipnagogia è quel territorio ambiguo che precede il sonno, quando le immagini iniziano a manifestarsi e la razionalità perde progressivamente il controllo. Volontè trasforma quello stato in un personaggio: qualcuno che accompagna nel sogno. Ma la domanda resta aperta: se l’Ipnagogo conduce gli altri nel sogno, quale sogno porta con sé? Le tele sembrano essere la risposta.


Nei deserti di Volontè qualcosa deve ancora accadere, anche quando tutto appare immobile. I portali suggeriscono un passaggio, ma non spiegano verso quale direzione. Si può entrare nel sogno oppure uscirne. Si può attraversare una soglia oppure restare sulla sua linea di confine.


Anche la pittura stessa vive questa ambiguità. Volontè racconta di aver dovuto “lasciare morire” una parte del proprio linguaggio per arrivare a questo nuovo lavoro. Eppure il passato non scompare del tutto. Sotto alcune superfici affiorano frammenti, velature, tracce di opere precedenti. Come nella vita, anche nella pittura cambiare non significa cancellare.
“In questa fase di transizione della mia vita”, racconta l’artista, “trovo nel vuoto una immensa energia in potenza, a cui cerco di dare forma tela dopo tela”. È una frase che restituisce bene la direzione di questo nuovo lavoro. Il vuoto non è una conclusione, ma una materia ancora informe. Qualcosa che può diventare altro.


E allora quella calla bianca, così fragile nel cuore del deserto, acquista un significato ancora più preciso. Non è un simbolo di perfezione né una promessa rassicurante. È piuttosto la prova che anche dentro una condizione apparentemente estrema può comparire una possibilità. La pittura di Marta Volontè parte da qui: dal momento in cui non sappiamo ancora cosa verrà dopo.

I sogni dell’Ipnagogo, curata da Silvia Agliotti e Paola Martino, sarà visitabile fino al 30 settembre da Gli eroici furori arte contemporanea, in via Melzo 30 a Milano.

Marta Volontè, Sogno

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