Di che segno zodiacale è la Galleria Vittorio Emanuele II? È da questa domanda, apparentemente curiosa ma profondamente simbolica, che prende avvio «Sole in Virgo. La Galleria, lo zodiaco e i tarocchi», personale di Elisa Seitzinger, artista visiva e illustratrice, curata da Flavio Di Renzo e allestita negli spazi di HIGHLINE, sui tetti del celebre monumento milanese.
Un progetto site-specific che trasforma uno dei luoghi più iconici della città in un dispositivo astrologico e immaginifico. La Galleria, inaugurata il 15 settembre 1867, appartiene infatti al segno della Vergine: un dato storico che diventa per Seitzinger la scintilla creativa dell’intero percorso espositivo.
Nella mostra l’artista presenta dodici grandi arazzi dedicati ai segni zodiacali, realizzati appositamente per l’occasione, accanto a una grande rappresentazione del Sol Invictus, a un obelisco luminoso e a una selezione di lavori dedicati ai tarocchi. Il riferimento al Sole assume un valore emblematico: nell’universo dei Tarocchi, il Sole è il XIX Arcano, associato alla chiarezza, all’energia vitale e alla realizzazione interiore. L’esposizione restituisce così la ricchezza dell’immaginario dell’artista, incentrato da anni sulla ricerca simbolica, sugli archetipi e sulla loro rilettura attraverso un linguaggio visivo rigorosamente contemporaneo.
Elisa Scesa, in arte Seitzinger (pseudonimo scelto in omaggio alla nonna), è tra le figure più originali e riconoscibili del panorama dell’illustrazione e dell’arte contemporanea. Nata e cresciuta in Val d’Ossola, si è formata tra Firenze, Atlanta, Nizza e Londra, diplomandosi in illustrazione editoriale allo IED di Torino e laureandosi al DAMS (indirizzo Arte). Dal 2015 al 2020 ha insegnato morfologia e dinamica della forma ed iconografia presso lo IED di Torino, città in cui vive stabilmente dal 2001.
Nel suo percorso, Seitzinger si è confrontata a più riprese con la tradizione dei Tarocchi: nel 2018 con Le Tarot de L’Étoile Cachée per Sabat Magazine (22 Arcani Maggiori ispirati all’iconografia marsigliese e alle letture di Alejandro Jodorowsky), e successivamente con il celebre Symbolic Soul Tarot edito da Lo Scarabeo, mazzo completo di 78 carte dominato dall’oro e dal bianco e nero, dove simboli arcaici dialogano con smartphone, sigarette, reti wi-fi e architetture del Novecento. Come ha scritto l’autrice Pam Grossman: «I Tarocchi sono uno dei migliori strumenti GPS spirituali che abbiamo».
Dodici domande a Elisa Seitzinger
1. Da dove nasce l’idea di confrontarti proprio con i tarocchi e con l’universo zodiacale?
Quello che mi affascina dei tarocchi è che sono un sistema di immagini estremamente complesso, ma anche molto sintetico: attraverso una figura, un gesto, un animale o un oggetto riescono a condensare una quantità enorme di significati. Quando ho lavorato sui 78 Arcani Maggiori e Minori non volevo semplicemente illustrare delle carte già esistenti. Volevo entrare dentro quel sistema simbolico e verificare cosa potesse succedere se quegli archetipi fossero attraversati dal mio linguaggio.
2. Consideri questo progetto una parentesi oppure una sintesi particolarmente significativa della tua ricerca?
I tarocchi sono presenti nel mio lavoro da molto tempo, non sono arrivati all’improvviso: sono una delle matrici della mia ricerca. Uno dei miei primi progetti autoriali si ispirava a Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino, dove i personaggi comunicano attraverso le carte. Mi interessava il loro valore divinatorio, ma soprattutto la struttura narrativa e iniziatica degli Arcani. Nel tempo questo interesse è diventato una vera indagine iconografica. Nel mio immaginario tornano continuamente archetipi, figure umane, animali, elementi botanici, simboli sacri ed esoterici. I tarocchi mi permettono di far dialogare tutte queste componenti all’interno di una struttura narrativa potente. Credo siano lo spazio espressivo in cui la mia poetica emerge in maniera più compiuta: il rapporto con l’arte antica, il simbolismo, la bidimensionalità, la figura intesa come icona e l’esigenza di costruire immagini ambigue, mai esauribili in una sola interpretazione.
3. Quanto ti sei lasciata guidare dalla simbologia tradizionale e quanto invece hai cercato di distaccartene per creare una tua interpretazione personale? Quanto spazio hai lasciato all’inconscio e all’intuizione?
Mi interessa molto lavorare con simboli che possiedono già una memoria stratificata. Non sento la necessità di inventare da zero un alfabeto visivo: preferisco appropriarmi di codici che l’umanità ha costruito nei secoli e verificare come possano risuonare oggi. Questo non significa essere pedantemente filologici. La tradizione è il punto di partenza, mai quello di arrivo. Cerco di mantenere riconoscibile il nucleo simbolico primigenio, innestandovi elementi che appartengono al mio immaginario e al nostro tempo presente. Spesso l’immagine prende una direzione inaspettata: il disegno è una forma di pensiero, parto da intuizioni e lascio che siano le relazioni tra le forme a dettare la composizione finale.
4. Quali sono gli artisti, le immagini o gli immaginari che hanno maggiormente influenzato il tuo linguaggio?
Più che a singoli autori guardo a codici stilistici precisi. Mi affascinano l’arte medievale sacra e cortese, le vetrate delle cattedrali gotiche, i codici miniati, i primitivi italiani e fiamminghi, le icone russe, i mosaici bizantini, l’iconografia esoterica, l’arte popolare e gli ex voto. Ma guardo anche all’arte classica, al Simbolismo, all’Art Déco e al Brutalismo. È curioso: anche quando osservo l’arte contemporanea, per trovare ispirazione avverto il bisogno di volgere lo sguardo al passato. Nascendo come illustratrice, inoltre, le mie fonti restano profondamente legate alla letteratura.
5. Che ruolo ha il colore oro nella costruzione del significato delle tue opere?
L’oro riveste prima di tutto una funzione simbolica. È una materia che trasporta immediatamente la figura in una dimensione altra rispetto al contingente: richiama il sacro, l’icona, la purezza incorruttibile, la luce metafisica. Nel caso dei tarocchi questo legame è fortissimo, perché l’oro appartiene alla storia stessa dei Trionfi rinascimentali. Tuttavia, il mio rapporto con il colore scaturisce sempre dal primato della linea: sono innanzitutto una disegnatrice. Il colore si innesta sull’architettura del segno. Nei primi lavori usavo quasi esclusivamente i primari per esasperare i contrasti; con il tempo ho sviluppato palette cromatiche più articolate e costruite ad hoc.
6. Se dovessi scegliere una sola carta dei tuoi tarocchi e una sola opera della serie zodiacale per raccontare la tua poetica, quali sceglieresti e perché?
Tra i tarocchi sceglierei senza dubbio La Morte: è la carta che dimostra con maggiore evidenza quanto il linguaggio simbolico venga frainteso. Non allude alla morte fisica, bensì alla rigenerazione, alla transizione necessaria, alla fine di uno stato che prelude a una nuova nascita. È esattamente il modo in cui intendo gli archetipi: matrici dinamiche, mai dogmi immobili. Per lo Zodiaco scelgo la Vergine, proprio perché è il segno sotto cui ricade la Galleria Vittorio Emanuele II, inaugurata il 15 settembre 1867. Da questa coincidenza storica è nata Sole in Virgo: volevo trattare la Galleria come un corpo vivo, connettendo la sua memoria monumentale al cielo e agli archetipi esoterici.
7. Il tuo tema natale essenziale: qual è la tua configurazione?
Sole in Toro, Ascendente Scorpione, Luna in Acquario.
8. La carta dei tarocchi preferita?
Me lo chiedono costantemente, e mi piace cambiare prospettiva ogni volta. In questo momento scelgo La Luna: è una presenza silenziosa, ambivalente, sospesa sulla soglia tra il manifesto e l’occulto. È l’inconscio, la materia onirica, ciò che sfugge alla ratio e si decifra solo nella penombra. L’arte non deve necessariamente spiegare tutto: deve saper custodire un mistero.
9. Sai leggere i tarocchi? Che significato attribuisci loro oltre la divinazione?
Mi interessa soprattutto la loro forza iconografica e la capacità di dialogare attraverso archetipi universali. Pesano ancora molti cliché legati all’idea che siano banali strumenti predittivi. In realtà, come sa bene chi li pratica o chi se li è fatti consultare, le carte non predicono un destino immutabile: restituiscono una mappa di ciò che sei, delle dinamiche che stai vivendo e delle motivazioni profonde del tuo agire, suggerendo prospettive d’azione. Il mio approccio è quello di un’artista verso un canone visivo formidabile. I tarocchi funzionano perché tengono insieme gli opposti: ombra e luce, perdita e guadagno, crollo e rinascita. Sono una soglia interpretativa sull’esistenza umana, incredibilmente attuale.
10. In un’epoca dominata da algoritmi, dati e intelligenza artificiale, cosa ci spinge ancora a cercare risposte nei simboli arcaici?
Forse proprio la consapevolezza che conoscere non coincide con l’accumulare dati. Conoscere richiede intuizione, sintesi simbolica, attribuzione di senso. Davanti a un’immagine archetipica sorge una domanda che nessun calcolo matematico può eludere: che cosa stiamo guardando davvero, e che cosa quell’immagine sta svelando di noi stessi? Esiste un sapere laterale che non collide con la scienza: è un sapere fondato su interrogativi fecondi, capace di farci scorgere ciò che prima rimaneva invisibile.
11. Il tuo primo ricordo legato all’arte?
La basilica medievale di San Giulio sul lago d’Orta. Da bambina rimasi folgorata da un affresco raffigurante un angelo cherubino avvolto in ali interamente coperte di occhi, che comparivano perfino sui palmi delle mani. Quella visione visionaria si è sedimentata dentro di me. Molti anni dopo, tornando in quel luogo da adulta insieme al mio compagno, ho provato una vera epifania: ho realizzato che quel dettaglio ammirato nell’infanzia costituiva già, a livello inconscio, il fondamento del mio immaginario visivo.
12. La prima persona che ha creduto nel tuo talento?
Il mio compagno, Tommaso. Ho sempre disegnato, fin dalle origini, ma è stato lui a incoraggiarmi a tirare fuori la mia voce autoriale più autentica, spronandomi a rischiare e offrendomi un confronto critico prezioso. Essendo un direttore creativo, condividiamo affinità elettive e visioni progettuali. Il suo sostegno è stato fondamentale per la mia crescita.














