Quando un luogo conserva la memoria

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Dipinto a olio di Karam Sebastiano Cannarella intitolato La luce non si arrende, con taglio di luce radente su parete e interno domestico vuoto.
fenditura di luce rossa

La forza dell’assenza: quando il vuoto si fa memoria

Dalle stanze chiuse di Sicilia alle soglie disabitate: Karam Sebastiano Cannarella racconta il congedo dal corpo umano e la scelta di affidare alla luce e alla pittura ciò che il tempo non cancella.

Nuovo appuntamento con la nostra rubrica curata da Emanuele Beluffi, dedicata alle traiettorie e agli sviluppi della pittura di ricerca. Questa settimana l’artista e scrittore Karam Sebastiano Cannarella riflette su una svolta nodale del suo percorso: il passaggio dalla carnalità della figura al silenzio degli interni, dove la cancellazione del corpo apre alla vertigine della “Restanza” e ogni stanza disabitata diventa un ricettacolo vivo di sguardi e memorie.


Ci sono luoghi che sembrano vuoti e invece sono pieni di presenze.

Una stanza abbandonata, una porta rimasta socchiusa, un muro consumato, una sedia lasciata in un angolo. A prima vista non accade nulla. Non c’è una figura, non c’è un gesto, non c’è una storia dichiarata. Eppure qualcosa rimane.

È da questa sensazione che nasce una parte importante della mia pittura più recente.

Per molti anni ho dipinto il corpo. Mi interessavano la figura, il movimento, la tensione della carne, il rapporto tra presenza e rappresentazione. Poi, lentamente, ho cominciato a guardare ciò che resta quando il corpo se ne va.

Mi sono accorto che l’assenza può avere una forza persino maggiore della presenza.

Un luogo conserva ciò che è accaduto senza raccontarlo completamente. Le pareti trattengono una luce, gli oggetti sembrano aspettare qualcuno, una porta diventa il confine tra ciò che possiamo vedere e ciò che possiamo soltanto immaginare.

È qui che per me comincia la memoria.

Non considero la memoria come una fotografia fedele del passato. La memoria trasforma, cancella, sovrappone. Alcune cose scompaiono, altre diventano improvvisamente più nitide. A volte ricordiamo una stanza e non ricordiamo più il volto di chi vi abitava. Ricordiamo un odore, una finestra, il rumore del mare, una tovaglia sopra un tavolo.

Forse è proprio questo che cerco oggi nella pittura: non rappresentare il ricordo, ma lasciare che il quadro ne conservi la traccia.

Nella serie Restanza il corpo spesso non compare più. Rimangono gli spazi, gli oggetti, le aperture, le soglie. Rimane soprattutto la luce.

La luce, però, non arriva per cancellare ciò che è stato. Al contrario, lo rende nuovamente visibile.

Penso spesso ai luoghi della mia Sicilia. Alle case chiuse per anni, ai cortili, alle stanze affacciate sul mare, ai muri corrosi dal sale e dal tempo. Quando entro in uno di questi spazi non vedo soltanto quello che ho davanti. Sento anche quello che non c’è più.

È una sensazione difficile da spiegare, ma molto semplice da riconoscere.

Ognuno di noi possiede un luogo così.

Può essere la casa dell’infanzia, la cucina dei genitori, una strada percorsa centinaia di volte, una camera nella quale abbiamo amato qualcuno. Quando vi ritorniamo dopo molti anni, il luogo è cambiato. E siamo cambiati anche noi.

Eppure qualcosa resiste.

Forse la pittura serve anche a questo: non a fermare il tempo, perché il tempo non si lascia fermare, ma a dare una forma a ciò che il tempo non è riuscito a cancellare.

Per questo nei miei quadri cerco sempre meno di spiegare. Preferisco lasciare una porta aperta, una luce che attraversa un muro, un oggetto dimenticato.

Chi guarda deve poter entrare con la propria memoria.

Perché un quadro, come una stanza, non appartiene soltanto a chi lo ha creato. A un certo punto comincia ad accogliere le storie di chi lo osserva.

Ed è forse allora che un luogo smette di essere soltanto un luogo.

Diventa memoria.

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