Le serenate impreviste degli Ardecore

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Foto Carlo Roberti
Foto Carlo Roberti
Foto Carlo Roberti

C’è una Giulietta che non sarebbe felice di vedere Romeo che le fa la serenata? Ebbene sì, la risposta è sì. Giulietta è stufa. Perché non si parla più dell’implacabilità del desiderio, dell’amore impossibile: dai sassolini tirati sulle finestre del dormitorio di Sylvia Plath, al Don Giovanni vestito da servo per la cameriera di Donna Elvira. Oggi le serenate sono programmate. Giulietta sa perfettamente a che ora arriverà Romeo sposo a cantare parole zuccherine. Come se non bastasse, durante le settimane prima del matrimonio, la scena si ripete e la poverina vorrebbe buttare giù qualche moneta pur di porvi fine.

Non esistono più le serenate di una volta. Ma quella degli Ardecore ha un finale triste, e così almeno il contenuto regala un po’ dell’antico struggimento. Il loro ultimo disco,“Vecchia Roma” (2015, Goodfellas) rielabora la canzone romanesca fra le due guerre. È il pop-folk. E anche se il dialetto non è quello del contadino di Pasolini “padrone di tutta la sua realtà”, Giampaolo Felici “ce mette er core”. Anche se Roma pullula di negozi vintage, serate anni ’30, immagini votive e falsi PGR che spuntano ad ogni angolo, dai banconi dei bar alle braccia tatuate di chiunque, gli Ardecore non scimmiottano, sanno di cosa cantano.
ardecore-vecchia-romaAnche se rischiano di mescolarsi con le carceri, i disillusi, gli arrabbiati di  Mannarino, gli Ardecore non sono blues, sono gospel. Il cantante, infatti, evocando Blind Willie Johnson, dichiara che “il blues  è reazione al dramma, mentre il gospel è accettazione. E come la fotografia, sacralizzata  e apocalittica, d’una lacrima”.  E con questo, forse, ce n’è abbastanza per svegliare qualsiasi Giulietta stufa.