
C’è una Giulietta che non sarebbe felice di vedere Romeo che le fa la serenata? Ebbene sì, la risposta è sì. Giulietta è stufa. Perché non si parla più dell’implacabilità del desiderio, dell’amore impossibile: dai sassolini tirati sulle finestre del dormitorio di Sylvia Plath, al Don Giovanni vestito da servo per la cameriera di Donna Elvira. Oggi le serenate sono programmate. Giulietta sa perfettamente a che ora arriverà Romeo sposo a cantare parole zuccherine. Come se non bastasse, durante le settimane prima del matrimonio, la scena si ripete e la poverina vorrebbe buttare giù qualche moneta pur di porvi fine.
Non esistono più le serenate di una volta. Ma quella degli Ardecore ha un finale triste, e così almeno il contenuto regala un po’ dell’antico struggimento. Il loro ultimo disco,“Vecchia Roma” (2015, Goodfellas) rielabora la canzone romanesca fra le due guerre. È il pop-folk. E anche se il dialetto non è quello del contadino di Pasolini “padrone di tutta la sua realtà”, Giampaolo Felici “ce mette er core”. Anche se Roma pullula di negozi vintage, serate anni ’30, immagini votive e falsi PGR che spuntano ad ogni angolo, dai banconi dei bar alle braccia tatuate di chiunque, gli Ardecore non scimmiottano, sanno di cosa cantano.
Anche se rischiano di mescolarsi con le carceri, i disillusi, gli arrabbiati di Mannarino, gli Ardecore non sono blues, sono gospel. Il cantante, infatti, evocando Blind Willie Johnson, dichiara che “il blues è reazione al dramma, mentre il gospel è accettazione. E come la fotografia, sacralizzata e apocalittica, d’una lacrima”. E con questo, forse, ce n’è abbastanza per svegliare qualsiasi Giulietta stufa.












