L’artista è in scena con “Panza crianza ricordanza” all’Argot di Roma e poi in tournée.
di Francesco Sala
Mantiene immutato il suo spirito OFF Giancarlo Cauteruccio classe 1956. Dal 1975 vive e opera a Firenze. Presso l’Università di Firenze ha studiato arte e architettura. L’artista calabrese è uno dei registi più innovativi nell’area della seconda avanguardia teatrale italiana, e attualmente è il direttore artistico del Teatro Studio di Scandicci, in provincia di Firenze.
Al Teatro Argot Studio di Roma, nell’ambito della stagione congiunta con il Teatro dell’Orologio DOMINIO PUBBLICO, Cauteruccio, nei panni di attore, presenta il monologo Panza, Crianza, Ricordanza lo spettacolo è un’analisi spietata sulla realtà della parola: la parola detta, scritta, urlata, stampata, negata; defraudata dal caotico sistema della comunicazione è un viaggio poetico nel quale la fame diviene lamento e invettiva. La vitalità del corpo attraverso la parola si lancia contro il nulla e l’ascolto soccombe alla potenza dell’immagine, catapultando tutto nel silenzio. Infine il ricorso alla memoria: il dolore, i soprusi, le ingiustizie, la malattia. Cercare nei luoghi reconditi dell’esperienza le ragioni le scelte, i piaceri, le conquiste, la nascita, gli amori, i lutti, i fallimenti, per riattraversarli e trasformarli in nuovi punti di riferimento.
Partendo da una presa di coscienza di crisi del corpo nella propria identità, Giancarlo Cauteruccio si inoltra in un percorso in cui recupera la sua lingua originaria (il calabrese) componendo tre poemetti che affrontano le tematiche della solitudine e della marginalità esistenziale dell’uomo contemporaneo.
Cauteruccio ha cominciato la sua attività artistica dalla pittura. Dai tempi del liceo come pittore che voleva uscire dall’oggettualità. Era affascinato da Alberto Burri e da Pollock. Gli interessava da subito la materia e la tecnologia. Burri con le sue combustioni, le saldature. Di Pollock ammirava il gesto nello spazio, la forza, la teatralità.
Era attratto dal teatro come edificio. Poi, da ragazzo a Cosenza lo mettevano nei palchetti durante le gite scolastiche a vedere qualche Compagnia che la mattina non aveva tanta voglia magari di fare Goldoni…
Andò a Firenze per studiare Architettura. Non per costruire case o arredarle, piuttosto per il linguaggio. E ringrazia sempre di essere emigrato. Lì ha visto spettacoli memorabili: ” Morte della geometria” di Pier ‘Alli e frequentò un laboratorio con Julian Beck, il padre del Living theatre.
Ricorda di lui:” un giorno mi mise una mano sulla pancia e mi disse: devi concentrarti sul fegato, devi sentire, far parlare i tuoi organi. Il mio concetto, il mio corpo d’artista infatti se ci penso è vicino alla body art se vogliamo con in più la Tecnologia. Sono stato uno dei primi che ha portato i laser in teatro”. (Anni Ottanta. Andatevi a rivedere in rete Eneide di Kripton (il nome del suo teatro a Scandicci). Musiche dei Litfiba e Piero Pelù performer giovanissimo.)
In questo uso delle tecnologie in teatro si ispira a Duchamp e il suo ready made, ma anche Prampolini, Oskar Schlemmer.
Poi nell’anima dell’artista entra in scena la crisi. Si mette in discussione il come e il perché del proprio “fare arte” ed essere artista.
Cauteruccio:” cado in una depressione, crisi, vuoto totale. La tecnologia aveva consumato tutta la superficie della mia ispirazione, della mia ricerca. Nasce la necessità di cercare un aiuto dentro di me. Si ritorna alle origini, da dove veniamo. Dalla Madre e dalla Lingua. Madrelingua. Qual è stato il più grande autore del Novecento che ha indagato sul vuoto, l’assenza, il fallimento? Samuel Beckett. Traduco Beckett in calabrese.
Come regista Cauteruccio non mette in scena. Semmai sottrae. E poi è molto attento a questo spazio che dirige come spazio aperto: luogo di formazione, di intercettazione dei talenti. È sempre stato i margini. È uno di quegli artisti che nessuno vi racconta come dice il nostro claim del giornaleOFF.it, ma non si è mai chiuso. Cauteruccio:” Da me sono passati i Motus, Fanny & Alexander, gli Artefatti che ora camminano orgogliosamente sulle loro gambe. Dobbiamo, noi che facciamo il teatro, che è un’arte viva, porci il problema della trasmissione dell’esperienza, mantenere viva l’esperienza artistica. Il Teatro è vivo!
Giancarlo Cauteruccio nonostante il declino della nostra civiltà, lo sperpero dei fondi dei Beni Culturali, l’incompetenza dei nostri committenti politici, (il ricordo amaro va soprattutto alla sua Calabria), progetta ed è ottimista. Sostiene che tutto è scritto. E viene in mente la battuta di risposta di Eduardo: “Sì, ma io vorrei sapere, dov’è scritto?”
“Panza crianza ricordanza” presso il Teatro Argot di Roma il 10, 11, 12 gennaio.











