Molto più di una fiaba per bambini. Il burattino nato dalla fantasia di Carlo Collodi continua a parlare agli adulti, alla società e alle nuove generazioni, ponendo domande che interpellano il nostro contraddittorio presente: il rapporto tra verità e menzogna, il valore della libertà, la responsabilità delle proprie scelte, la scuola e il difficile cammino verso la maturità.
Da queste riflessioni nasce «PINOCCHIO e noi», la rassegna ideata e curata da Massimiliano Finazzer Flory in occasione dei 200 anni dalla nascita di Carlo Collodi e promossa dalla Fondazione di Comunità Milano, ente filantropico indipendente nato nel 2018, che sostiene progetti di utilità sociale e iniziative solidali a favore delle comunità di Milano e di 56 Comuni dell’area metropolitana.
Il programma si apre il 29 ottobre a Cascina Cuccagna con il giornalista Giangiacomo Schiavi, prosegue il 2 novembre a Mare Culturale Urbano con il filosofo Elio Franzini e il 20 novembre al NAMA – Nuovo Anfiteatro Martesana con l’opinionista Annarita Briganti. La conclusione è prevista il 3 dicembre a La Conca Social Bar, con l’economista Giovanna Iannantuoni.
Dopo I filosofi e la cornice, il ciclo di quattro incontri dedicati al rapporto tra pensiero filosofico e capolavori della Pinacoteca di Brera, Massimiliano Finazzer Flory invita il pubblico a rileggere Collodi per riscoprire un classico della letteratura italiana e interrogare la sua sorprendente capacità di parlare al presente.
«Pinocchio, in fondo, è un personaggio che cerca continuamente la propria strada. La sua storia parla di errori e possibilità, di libertà e limiti, di cadute e ripartenze. È uno specchio nel quale possiamo riconoscere i nostri comportamenti, le nostre debolezze e le ambiguità della società contemporanea», sottolinea Finazzer Flory, regista, attore e consigliere di amministrazione della Fondazione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa. Nell’epoca della disinformazione e delle verità manipolate, il naso di Pinocchio diventa una metafora quanto mai attuale.
«Com’era tutto più facile quando Pinocchio raccontava bugie e il suo naso si allungava», osserva Finazzer Flory. «Oggi siamo sommersi dalle fake news e, a furia di raccontarle, sembrano più vere della verità. È da questa provocazione che possiamo partire per rileggere Pinocchio e interrogarci sul nostro tempo. Perché se nella fiaba di Collodi la menzogna lasciava un segno visibile, oggi la bugia può circolare indisturbata, moltiplicarsi attraverso i social network, insinuarsi nelle conversazioni e confondersi con i fatti. E più viene ripetuta, condivisa e rilanciata, più rischia di acquistare una parvenza di verità. Il paradosso del nostro tempo è che disponiamo di una quantità straordinaria di informazioni e, nello stesso momento, rischiamo di perdere gli strumenti necessari per orientarci tra esse. La velocità con cui una notizia circola sembra contare più della sua attendibilità. La quantità delle informazioni, infatti, non garantisce una maggiore conoscenza e può rendere più difficile distinguere le fonti attendibili dalle manipolazioni e separare i fatti dalle opinioni».
La bufala contemporanea non ha bisogno di un naso che si allunghi?
«Può essere confezionata come una notizia credibile, accompagnata da un’immagine suggestiva o sostenuta da una dichiarazione estrapolata dal contesto. Può sfruttare le nostre paure, alimentare i pregiudizi e confermare convinzioni già radicate. Il meccanismo più insidioso si verifica quando la ripetizione prende il posto della verifica: una notizia viene rilanciata così tante volte da apparire familiare e, proprio per questo, più credibile. Ma la familiarità non è una prova, così come il numero delle condivisioni non certifica l’attendibilità di un’affermazione. La menzogna può persino sopravvivere alla propria smentita. Il problema diventa ancora più profondo quando la verità viene ridotta a una questione di appartenenza. Si tende a credere alle notizie che confermano le proprie idee e a respingere quelle che le mettono in discussione. La ripetizione può sostituirsi alla prova, l’indignazione alla riflessione, l’apparenza alla sostanza. In un dibattito pubblico sempre più polarizzato, ciascuno rischia così di scegliere la propria verità. Eppure, la verità non coincide con ciò che vorremmo fosse vero. Richiede fonti verificabili, prove, spirito critico e disponibilità a riconoscere gli errori. Richiede anche il coraggio di cambiare idea quando i fatti dimostrano che ci siamo sbagliati».
C’è poi un altro tema che la storia di Pinocchio consegna alla nostra contemporaneità: il ruolo della scuola.
Sappiamo bene che Pinocchio non la amava. Preferiva la strada, il gioco, le promesse facili alle fatiche dell’apprendimento. Ogni volta che la scuola gli chiedeva disciplina, ascolto e responsabilità, il richiamo di altre avventure finiva per prevalere. Eppure, proprio in questa insofferenza del burattino si nasconde una questione decisiva per il nostro tempo. La scuola non è soltanto il luogo in cui si trasmettono conoscenze: è lo spazio in cui si impara a pensare, a interrogare le fonti, a riconoscere le contraddizioni e a non scambiare un’affermazione ripetuta per una verità dimostrata. Non per insegnare ai ragazzi che cosa pensare, ma per aiutarli a sviluppare gli strumenti con cui pensare autonomamente. Forse il compito della cultura è proprio quello di restituirci il tempo necessario per queste domande: leggere, ascoltare, confrontarsi e verificare sono gesti semplici, ma essenziali per non smarrirsi nel labirinto delle informazioni.














