Quando un oggetto racconta una storia

0
Dipinto a olio di Karam Sebastiano Cannarella raffigurante un'antica giara di terracotta sbeccata accanto a uno spiraglio di luce su parete corros
Karam Sebastiano Cannarella, (serie Restanza), olio su tela

La memoria delle cose mute: quando l’oggetto racconta l’assenza

Dalle sedie consunte alle stanze chiuse: Karam Sebastiano Cannarella indaga il valore testimoniale delle tracce quotidiane, dove l’abbandono della figura lascia spazio alla voce silenziosa della materia.

Torna l’appuntamento con la rubrica curata da Emanuele Beluffi, osservatorio critico sulla pittura di ricerca e sulle sue dinamiche concettuali. In questa nuova riflessione, Karam Sebastiano Cannarella si sofferma sull’anima segreta degli oggetti comuni: elementi apparentemente inerti che, una volta congedata la presenza fisica dell’uomo, si trasformano in soglie cariche di memoria, capaci di interrogare chi guarda e di dare corpo tangibile alla “Restanza”.

Ci sono oggetti che smettono di servire e cominciano a raccontare.

Una sedia vuota, una tazza dimenticata su un tavolo, una fotografia scolorita, una valigia che nessuno apre più. Li incontriamo ogni giorno e spesso non li vediamo. Sono cose comuni, apparentemente mute. Eppure, se impariamo a guardarle, scopriamo che custodiscono qualcosa di noi.

Un oggetto non conserva soltanto la propria forma. Conserva il tempo.

Una sedia consumata porta il segno di chi vi si è seduto. Una porta graffiata ricorda le mani che l’hanno aperta migliaia di volte. Un bicchiere rimasto sul tavolo può diventare la testimonianza di una cena, di una conversazione, forse di un’assenza.

È proprio quando l’uomo non compare più che l’oggetto può acquistare una forza inattesa.

Nella pittura ho cercato a lungo il corpo, il volto, la figura. Oggi mi interessa sempre di più ciò che rimane dopo il loro passaggio. Non necessariamente la persona, ma la sua traccia.

È da questa ricerca che nasce per me Restanza.

Restanza non significa semplicemente ciò che resta. È ciò che continua a vivere quando qualcosa o qualcuno non è più presente. È una memoria che non ha bisogno di essere raccontata apertamente, perché è già depositata nelle cose.

Per questo un vecchio tavolo può interessarmi più di una scena affollata. Un letto disfatto può contenere un’intera storia. Una tenda appena spostata può suggerire che qualcuno sia appena uscito dalla stanza. Una porta socchiusa può diventare il confine fra ciò che conosciamo e ciò che possiamo soltanto immaginare.

La pittura, allora, non deve spiegare.

Deve lasciare una soglia.

Chi guarda deve poter entrare nell’opera portando con sé la propria memoria. Davanti a un oggetto dipinto non dovrebbe domandarsi soltanto: «Che cosa rappresenta?», ma: «Che cosa è accaduto qui?».

È una domanda molto diversa.

Significa passare dalla visione all’ascolto.

Gli oggetti, infatti, hanno un loro silenzio. Ma il silenzio non è vuoto. È fatto di gesti ripetuti, di abitudini, di attese, di persone che hanno attraversato una stanza e poi l’hanno lasciata.

Penso spesso alle case chiuse da molti anni. Quando vengono riaperte, tutto sembra immobile: i mobili, le tende, i piatti, qualche fotografia. Eppure proprio quell’immobilità ci fa percepire con maggiore intensità il tempo trascorso.

La polvere stessa diventa memoria.

Anche la luce cambia significato. Non illumina semplicemente gli oggetti: li fa riemergere. Uno spiraglio che attraversa una stanza buia può essere sufficiente a riportare alla presenza qualcosa che sembrava perduto.

Forse è questo che cerco oggi nella pittura: non rappresentare ciò che è davanti agli occhi, ma rendere visibile ciò che continua a esistere dietro le cose.

Perché gli oggetti non parlano con le parole.

Parlano attraverso le ferite, l’usura, la polvere, la posizione in cui sono stati lasciati. Parlano soprattutto attraverso ciò che manca.

Imparare a guardare significa anche questo: fermarsi davanti a ciò che normalmente consideriamo insignificante e concedergli tempo.

A volte una stanza vuota racconta più di una stanza piena.

A volte una vecchia sedia racconta una persona meglio del suo ritratto.

E qualche volta basta un oggetto dimenticato per capire che niente scompare veramente finché ne rimane una traccia.

Articolo precedenteFlorencia Martinez, quando la memoria prende corpo
Sebastiano Karam Cannarella
Karam Sebastiano Cannarella, nato nel 1942 a Capo Passero, un piccolo paese in provincia di Siracusa, città baciata dagli dei. È pittore con la luce nello sguardo fin da piccolo, che prima di parlare ha imparato a dipingere, perché la sua passione è la pittura, un linguaggio più vicino alla sua sensibilità e vocazione intimista. Da oltre sessant’anni attraverso i colori mette in forma la memoria, plasma emozioni, trasferendo sulla tela le domande che accompagnano la sua vita densa e nomade, come il suo sguardo sul mondo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here