Milano Scultura: oltre il marmo, nuovi materiali e nuovi linguaggi cambiano l’idea stessa di scultura

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Milano Scultura continua a fare la sua parte, “ma oggi più che mai servono fiducia, visione e il coraggio di investire sui talenti di domani, anche da parte delle istituzioni e del mercato”. A dirlo è Ilaria Centola, ideatrice e direttrice di Milano Scultura, l’unica fiera italiana interamente dedicata alla scultura, alle arti plastiche e alle espressioni tridimensionali, che quest’anno festeggia la decima edizione. Dal 2 al 4 ottobre Milano Scultura torna nel cuore della città, negli spazi di Concessionaria 23, in via Maiocchi 23, un luogo nato nella prima metà del Novecento come officina, diventato poi autosilo e concessionaria e oggi rigenerato per l’arte e gli eventi.

In questi dieci anni, Milano Scultura ha contribuito a promuovere una riflessione sempre più ampia sul linguaggio della scultura contemporanea, accompagnandone l’evoluzione, e dando spazio e visibilità agli artisti che sperimentano in libertà materiali, dimensioni e linguaggi. Mettendo in dialogo gallerie, artisti, collezionisti, curatori e pubblico.

Dalla fiera milanese emerge un panorama articolato e ricco di sfumature, nel quale gli artisti dimostrano come la scultura possa ancora sorprendere, emozionare e interrogare il nostro presente, anche attraverso la capacità di reinventarsi, aprendosi a nuovi linguaggi e modalità espressive.

Materiali tradizionali come ferro e gesso convivono con plastica, cartone, legno e materiali poveri, mentre dalla pratica “monumentale” si è passati anche a opere di dimensioni più contenute, fino alla vera e propria installazione, modificando i confini di ciò che siamo disposti a chiamare scultura. Anche il rapporto con la tecnologia ha aperto nuove prospettive: si sono affiancate opere realizzate con stampanti, proiezioni e strumenti digitali, fino alla robotica.

Questa rinnovata attenzione alla materia e alla fisicità acquista oggi un significato ancora più forte. In un mondo sempre più attraversato dal virtuale, dove reale e digitale si sovrappongono e immagini e schermi sono diventati parte integrante delle nostre interazioni la scultura riporta l’arte a una dimensione concreta.  Un’esperienza che non passa soltanto dagli occhi, ma coinvolge il corpo e i sensi, ristabilendo un rapporto diretto e fisico tra l’opera e chi ne fruisce. Come sottolinea Valerio Dehò, firma curatoriale della manifestazione, coinvolto nel progetto fin dalle sue origini,” la scultura è un’esperienza da vivere insieme, nel piacere di esserci, partecipare e condividere”.

Gloria Campriani porta un’installazione site specific « Fiume». Ispirata al fluire incessante dell’acqua, che richiama il Panta rei di Eraclito (tutto scorre). Come un grande tappeto ambientale, si sviluppa nello spazio attraverso forme irregolari e figure stilizzate, espandendosi e contraendosi e seguendo il luogo che la accoglie, diventa così metafora del cambiamento come condizione intrinseca dell’esistenza e una riflessione sulla nostra capacità di gestirlo.

«Il Canto della Natura» di Giulia Alberti, tra ceramica, fotografia e scultura. Terra, acqua, fuoco e aria diventano materia viva di una ricerca che attraversa colore, luce, oscurità e trasparenza, restituendo una concezione della natura come origine e presenza costante dell’esistenza. E poi c’è l’allegria di «Hello Pizzy» di Francesco De Molfetta: Hello Kitty incontra la pizza. Due simboli lontanissimi, uno dell’immaginario pop giapponese e l’altro della tradizione italiana, diventano un’unica forma. Un incontro ironico che mette insieme culture, immaginari e un’idea molto semplice di condivisione.

La dimensione partecipativa trova espressione in Modulopoli, l’installazione ideato da Federico Marcoaldi, composta da centinaia di cubi e parallelepipedi colorati di diverse dimensioni, realizzati in cartone riciclato, con tecniche e motivi diversi e coinvolgendo artisti e bambini, diventano palazzi di una maxi città metropolitana.  Un invito a immaginare nuovi modi di stare insieme.

L’installazione in ferro, intitolata, con una punta di sottile ironia, La Cultura che se ne va, del giovane artista Giuliano Cataldo Giancotti, raffigura una carrozza il cui cocchiere è un libro e che trasporta, come passeggeri, Dante Alighieri e la Venere di Milo. L’opera si fa così riflessione sulla necessità di non lasciare che il patrimonio culturale se ne vada via, disperso chissà dove, ma di riconoscerne il valore e assicurarne il viaggio verso le generazioni future.

L’ironia, come dispositivo critico nella storia dell’arte, è stata uno degli strumenti attraverso cui gli artisti hanno smontato ideologie, messo in crisi i linguaggi ufficiali e incrinato le certezze estetiche dominanti. Questa storia la racconta la mostra Ironia della sorte, sorte dell’ironia, curata da Roberto Borghi e Giovanni Busacca, con opere di Aldo Spoldi, Gianni Cella, Corrado Bonomi e Francesco Garbelli.

Il tema del viaggio e dell’attesa attraversa Ulisse e Penelope di Max Marra, che affida a due figure universali della mitologia greca una riflessione sulla condizione contemporanea. Ulisse incarna il viaggio come esperienza fisica e interiore, spinta verso la scoperta e il cambiamento; Penelope rappresenta invece l’attesa, la fedeltà e la capacità di resistere al tempo. Il loro rapporto diventa una metafora della mobilità umana e, nel presente, del fenomeno delle migrazioni: partire e restare, lasciare e attendere, conservare le proprie origini e confrontarsi con nuovi luoghi.

Con La ferita e la rinascita. Scultura tra mito e memoria, Lucia Albertini, scultrice e architetto nota per la sua sperimentazione materica, in particolare per la rielaborazione della fusione a cera persa, che lei stessa definisce “bronzo organico”, ricorre invece agli archetipi di Arianna, Medusa, Giuditta e David per interrogare questioni legate al potere e alla responsabilità, alla memoria della violenza, al conflitto e alla possibilità della pace.

Femminile Invisibile, di Devid Biscontini (Gualdo Tadino, 1980), nasce dalla trasformazione di film plastici industriali e materiali di recupero, modellati attraverso il calore e la fiamma. Non vengono aggiunti colori: le tonalità blu appartengono alla materia stessa.

Dal blocco compatto, tra membrane, pieghe e stratificazioni, affiora il profilo di una figura femminile. La forma non è ancora completamente riconoscibile, sembra sul punto di uscire dalla materia, oppure di ritornare nell’informe.

La plastica, materiale controverso che ritroviamo dappertutto-nelle nostre case, nei i mari fino alle discariche- attraverso il calore e la fiamma diventa espressione artistica e poetica, rivelando possibilità formali inattese. «Ho scelto le figure femminili – dice l’artista – perché è la donna che origina la vita. ogni forma è provvisoria e la disponibilità al cambiamento è ciò che rende possibile ogni trasformazione: senza questa apertura, nulla di nuovo potrebbe emergere».

La Galleria Eroici Furori di Silvia Agliotti presenta un progetto nato intorno al tema dell’abitare il mondo, con tre artisti e tre poetiche differenti, accomunati da una grande forza espressiva e da una personale riflessione sul nostro modo di stare nel mondo.

Sara Alavi, nata a Teheran nel 1979 e residente a Milano, ha studiato pittura all’Università Alzahra di Teheran e all’Accademia di Brera. Nelle sue opere la casa diventa il luogo in cui raccontare l’aspetto più difficile dell’esistere, legati alla guerra e alla perdita. La casa si spoglia della sua funzione protettiva e diventa simbolo di vulnerabilità. La scelta della ceramica diventa fondamentale per dare corpo a questo messaggio: è un materiale rigido ma fragile, che sotto tensione si spezza, proprio come le vite e le certezze umane messe a dura prova dai conflitti e dallo sradicamento.

Sono case che parlano di appartenenza e di perdita, di radici che resistono (fuoriescono proprio dalle casette) e di altre che vengono recise. Case che proiettano ombre, tracce di una presenza, segni di ciò che è stato e che continua a vivere nella memoria. Le crepe, le rotture, le stratificazioni instabili non vengono nascoste, ma esposte. Diventano cicatrici visibili della perdita. Ma anche il tentativo artistico di rimettere insieme i pezzi per ricominciare a esistere.

Nelle sculture in filo di ferro di Fabrizio Pozzoli, le case sono capovolte, con il tetto rivolto verso il basso. Le figurine umane, matasse intricate in un gomitolo di ferro, di sensazioni e sentimenti, restano sospese, aggrappate a queste architetture instabili, raccontando la fatica e il disorientamento del vivere.

Attraverso il capovolgimento della struttura, il paradosso visivo racconta la necessità di reinventare il proprio baricentro emotivo e invita a guardare la realtà da un punto di vista diverso. La casa, da rifugio e luogo di certezza, rischia di trasformarsi in una roccaforte in cui rinchiudersi, allontanandosi dal reale, dall’interazione con il prossimo e dal rapporto con il pianeta, qui evocato attraverso un sasso e sottili fili d’erba.

Nelle opere di Gaetano Fracassio, le sue piccole casette, realizzate attraverso tecniche e materiali differenti (rame, legni, stoffe, pigmenti naturali), diventano una sorta di intimo rifugio per l’anima. È uno spazio nel quale l’individuo cerca protezione, conserva ricordi e costruisce la propria identità. Rappresentate sospese o appese a un filo, suggeriscono al contempo, con una grazia insolita e desueta, una condizione di precarietà: la casa appare spesso fragile, mobile, quasi pronta a essere trasportata via.

Ci sono anche valigie di dimensioni ridotte accartocciate colorate e segnate nelle etichette da messaggi a china. Sono delle valigie hanno compiuto dei viaggi, consumate dalla polvere delle strade del mondo. Le sue immagini sembrano così raccontare una condizione universale: la casa rappresenta il desiderio di avere un punto fermo; la valigia simboleggia, invece il movimento, la partenza e la possibilità di raggiungere un altrove pur sapendo che ogni luogo può essere provvisorio. “Siamo delle case viaggianti, tutto quello che abbiamo bisogno ce l’abbiamo dentro, ce l’abbiamo addosso”, ci racconta l’artista davanti a una sua opera: una casetta in bronzo a cui è appoggiata una scala per poterla raggiungere. Gaetano Fracassio, nato a Bitonto, classe 1961 è un artista poliedrico, mosso dall’urgenza (forse salvifica) di esprimersi attraverso diverse forme e linguaggi, dalla pittura alla scultura, fino alla regia.

Immagino che il tuo animale ideale sia la tartaruga. “Assolutamente sì, insieme alla lumaca. Del resto, tutto ciò di cui hanno bisogno lo portano con sé, sulle spalle. Ed è bellissimo andare piano, senza fretta. Io viaggio a piedi: non ho la macchina e faccio chilometri, chilometri, chilometri”.

Il filo a cui sono sospese le casette? chiediamo. “E’ quello che ci riporta sempre alla nostra umanità, come un campo base al quale tornare, un punto di riferimento che ci ricorda che, in fondo, tutto quello che ci serve ce l’abbiamo dentro“, risponde. Ci soffermiamo davanti a una casa tutta dorata. L’oro la rende preziosa, ma, guardando con più attenzione ciò che la circonda, emerge un contrasto: la terra è arida. “È un concetto filosofico che mi piace”, riflette Fracassio, “puoi essere un re, ma se la tua terra non dà frutti, se è arida, sei comunque un re nudo. Cosa te ne fai della tua ricchezza?”.

Dove è adesso la tua casa? “Dopo aver vissuto e lavorato a Milano per molti anni, recentemente sono tornato in Puglia, a Bitonto dove sono nato. Ho trasferito qui tutto il mio archivio, in un antico ostello dei Cavalieri di Malta, e qui penso di poter proteggere e custodire il mio lavoro. È il cerchio di Thomas Eliot: «E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta»”.

Qual è, secondo te, la vocazione della scultura ancora oggi? “Credo sia forse una vocazione profondamente pubblica, quasi cittadina. Perché l’arte, quando esce all’aperto, appartiene un po’ a tutti. La scultura vive nello spazio, lo occupa e si offre all’incontro con chi passa, anche con chi non l’ha necessariamente cercata: le piazze, le strade, i luoghi della comunità, le stazioni ferroviarie, i parchi, eccetera. La scultura monumentale, in questo senso, ha avuto da sempre un ruolo importante. Non si limita ad abbellire un luogo: in qualche modo lo trasforma e lo rende più umano. Una scultura può abbellire una piazza, ma soprattutto può cambiare il modo in cui quella piazza viene percepita e vissuta. Credo che sia importante abituare le persone a convivere con l’arte, a incontrarla nella vita quotidiana, anche senza dover necessariamente entrare in un museo. È un modo per educare lo sguardo e, forse, per ricordarci che la bellezza non è un lusso, ma qualcosa di cui una comunità ha bisogno. Per me la scultura ha ancora questa possibilità: stare nel mondo, davanti agli occhi di tutti, e fare della bellezza una parte della vita quotidiana. In fondo, anche in luoghi segnati dal degrado, portare un’opera d’arte significa restituire attenzione e dignità allo spazio che ci circonda. A furia di vedere il bello, magari si impara anche a riconoscerlo, a proteggerlo e a desiderarlo. Anche quando qualcuno acquista una mia scultura-casetta o una valigia mi auguro che trovi una casa vissuta, frequentato, dove possa incontrare molti sguardi, suscitare curiosità, domande e, perché no, anche qualche discussione”.

Cosa pensi invece dell’intelligenza artificiale e del suo ingresso nel mondo dell’arte? “L’intelligenza artificiale può produrre immagini straordinarie, e non credo abbia senso negarlo. Forse, in futuro, non sarà sempre facile distinguere a colpo d’occhio un’immagine generata dall’intelligenza artificiale e ciò che nasce dall’esperienza, dalla sensibilità e dalla creatività umana. Credo però che nell’opera fisica rimarranno tracce difficili da sostituire: il gesto, il tempo, la materia, l’errore, la trasformazione. Quando lavoro con il rame, il rapporto con la materia è fondamentale. Il rame non è mai completamente prevedibile: si piega, si segna, riflette la luce, cambia colore e conserva le tracce del gesto. Ogni intervento lascia una memoria sulla superficie. Anche l’imperfezione può diventare parte dell’opera. È un dialogo continuo tra ciò che immagino e ciò che la materia mi permette, o mi obbliga, a fare. Per questo mi auguro che il pubblico impari a riconoscere non soltanto l’immagine finale, ma anche la storia che c’è dietro”.

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