Quando l’uomo arretra, la città cambia volto

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Gabriele Buratti, Ricognizione urbana n°3

La città diventa un territorio da osservare attraverso due prospettive apparentemente lontane, alla – Nervesa Gallery di Milano -, ma legate dalla stessa domanda: cosa accade allo spazio che abitiamo quando cambiano le condizioni che lo definiscono? La mostra, curata da Ilaria Centola, presenta la personale di Gabriele Buratti e, nell’ambito della rassegna Studio in Studio, introduce il lavoro di Vittoria Taddia. Due ricerche differenti che si incontrano sul terreno della trasformazione, tra natura, architettura e memoria urbana.

Nelle opere di Buratti il ribaltamento è radicale. Le città sono riconoscibili ma svuotate della presenza umana, mentre animali dalle dimensioni e dalla forza quasi monumentali occupano strade, edifici e spazi che siamo abituati a considerare esclusivamente nostri. Cinghiali, cervi e altre presenze animali non arrivano come elementi estranei: sembrano semplicemente riprendere possesso di un territorio che l’uomo aveva temporaneamente sottratto alla sua condizione originaria.

Il titolo Survival porta con sé una domanda che supera il tema della sopravvivenza biologica. Chi è davvero attrezzato per resistere al tempo? L’architettura, con la sua pretesa di permanenza, oppure una natura capace di adattarsi continuamente alle trasformazioni dell’ambiente?

È una domanda che le opere di Buratti hanno finito per rendere ancora più concreta dopo la pandemia, quando la temporanea sospensione delle attività umane modificò rapidamente il volto delle città. Animali avvistati negli spazi urbani, strade improvvisamente silenziose e luoghi abitualmente attraversati da migliaia di persone hanno mostrato quanto fosse sottile il confine tra ambiente costruito e mondo naturale.

Buratti non costruisce però una favola sulla rivincita della natura. Il suo lavoro mette piuttosto in discussione l’idea stessa di separazione. L’uomo non osserva un mondo esterno da governare: ne è parte. È anche questo il punto di contatto con il pensiero di Timothy Morton, secondo cui l’ecologia obbliga a ripensare la tradizionale distinzione tra umano e naturale. Gli animali che abitano queste immagini non sono simboli nostalgici di un paradiso perduto, ma presenze che riportano al centro una forma di intelligenza fondata sull’adattamento e sull’interdipendenza.

Se Buratti immagina cosa potrebbe accadere quando l’uomo lascia spazio al resto del vivente, Vittoria Taddia guarda invece al momento in cui quello stesso spazio viene continuamente costruito e modificato.

La sua ricerca parte da un elemento apparentemente secondario della città: l’impalcatura. Fotografata nel tempo, la struttura perde la sua funzione puramente tecnica e diventa una sorta di organismo provvisorio. Tubi, giunti, incastri e connessioni compongono una geometria mutevole, capace di registrare le diverse fasi della trasformazione urbana.

Il cantiere diventa così un osservatorio privilegiato sulla città. Non soltanto perché mostra ciò che sta cambiando, ma perché rende visibile la rete di relazioni necessaria a ogni trasformazione. L’impalcatura sostiene un edificio mentre viene costruito e, nello stesso tempo, racconta qualcosa di più ampio: ogni spazio collettivo nasce dall’interazione di elementi diversi, dalla loro reciproca dipendenza.

In questo paesaggio provvisorio compare anche l’umarell, figura ormai diventata quasi archetipica dell’osservatore urbano. Il suo stare davanti al cantiere, apparentemente inattivo eppure attentissimo, introduce una dimensione umana che nelle opere di Buratti è invece deliberatamente assente. Guarda ciò che cambia, misura con gli occhi una trasformazione che lo riguarda, anche quando non ne è direttamente protagonista.

Il riferimento a Il Dio delle piccole cose di Arundhati Roy apre un ulteriore livello della ricerca di Taddia. Le grandi strutture dipendono da elementi minimi: proprio come una comunità, anche un’impalcatura esiste grazie alla relazione tra parti che, prese singolarmente, sembrerebbero insignificanti. La solidità dell’insieme nasce dalla connessione.

È qui che le due ricerche finiscono per incontrarsi. Buratti sottrae l’uomo al paesaggio per mostrarne la fragilità; Taddia osserva l’uomo mentre quel paesaggio lo costruisce, lo modifica e lo abita. Da una parte la natura che resiste e si riappropria degli spazi; dall’altra una struttura temporanea che racconta il continuo tentativo umano di dare forma al proprio ambiente.

La mostra alla Nervesa Gallery diventa così un confronto tra due modi di guardare la trasformazione. Survival interroga l’illusione del dominio, mentre Il Peso delle Piccole Cose di Taddia osserva la complessità delle relazioni che rendono possibile ogni costruzione. In entrambi i casi, ciò che sembrava stabile rivela la propria natura transitoria.

Gabriele Buratti, Ricognizione urbana n° 1

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