Il ritorno di Tinto Brass “Col cuore in gola” alla Mostra di Venezia

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Tinto Brass, ritratto del regista in occasione del restauro di Col cuore in gola alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 - intervista e approfondimento di Emanuele Beluffi
Gianfranco Salis, Tinto Brass sul set di Snack Bar Budapest, 1988, Courtesy Archivio Tinto Brass

Di Tinto Brass, del suo cinema e della sua idea di libertà ci eravamo già occupati un anno fa, quando lo avevamo incontrato in esclusiva per Il Giornale OFF in occasione della mostra bresciana “Tanto di Tinto”. Oggi quella conversazione trova un naturale capitolo successivo sul Lido.

C’è una frase che, a rileggerla oggi, suona quasi profetica. Un anno fa, parlando con noi in occasione della mostra fotografica bresciana a lui dedicata, Tinto Brass ci aveva confidato di sentirsi soprattutto un libertino nel senso più ampio del termine, uno che non ha mai accettato compromessi né si è piegato a censure e mode. Lo stesso spirito, la stessa venerazione per una città-madre, torna oggi al centro della 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, che si apre proprio in queste ore al Lido.

Ad aprire simbolicamente la kermesse, in realtà, è un film di quasi sessant’anni fa: Col cuore in gola, capolavoro brassiano del 1967 con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin (presente in laguna per l’occasione), tornato in una versione restaurata in 4K grazie al lavoro del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, con il sostegno di Netflix, dove il film arriverà dal 15 settembre. Brass, 93 anni, non ha potuto essere fisicamente presente: un episodio febbrile recente gli ha impedito il viaggio da Isola Farnese, dove vive. Al suo posto, a leggere un messaggio commosso davanti alla stampa, è stata la moglie Caterina Varzi, curatrice del suo archivio — la stessa Caterina che un anno fa, nella nostra intervista, ci raccontava di essere “intimamente brassiana” ancor prima di conoscerlo.

Ed è proprio nel messaggio letto al Lido che ritorna quel legame viscerale con la città lagunare che il regista non ha mai smesso di rivendicare: “Venezia mi è madre, moglie, amante”, ha scritto, ricordando come da quel rapporto nasca buona parte della sua cifra stilistica, fatta di montaggio ossessivo, ironia carnale e uno sguardo che il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco definisce oggi d’avanguardia ante litteram. Al regista è stato inoltre assegnato quest’anno il Premio Bianchi del Sngci, riconoscimento che — come già ci disse mesi fa parlando della sua idiosincrasia per i premi ufficiali — ha scelto stavolta di custodire con cura particolare.

Un ritorno a casa, dunque, per l’autore che più di ogni altro ha saputo raccontare la libertà del corpo come forma di conoscenza — lo stesso, identico discorso che ci fece nella sua ultima intervista concessa a Il Giornale OFF.

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