Prima di dipingere bisogna vedere

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Prima di dipingere bisogna vedere

Consumiamo migliaia di immagini al giorno senza accorgerci di nulla: come nasce la poetica di Restanza togliendo il superfluo e lasciando parlare la memoria.

Si può trascorrere un’intera vita guardando senza aver mai veramente visto.

Ogni giorno i nostri occhi incontrano migliaia di immagini. Volti, strade, finestre, oggetti, paesaggi. Tutto attraversa il nostro sguardo con una velocità tale da non lasciare quasi nessuna traccia. Vediamo ciò che ci serve, riconosciamo ciò che conosciamo, ignoriamo ciò che apparentemente non ha importanza.

Ma vedere è un’altra cosa.

Vedere significa fermarsi davanti a qualcosa che gli altri attraversano senza accorgersene. Significa scoprire che un muro può raccontare una storia, che una stanza vuota può conservare una presenza, che una luce appena visibile può diventare più importante di un intero paesaggio.

Prima di dipingere bisogna imparare a vedere ciò che non chiede di essere guardato.

Un pittore non dovrebbe limitarsi a riprodurre ciò che ha davanti agli occhi. Per quello esistono strumenti capaci di registrare la realtà con una precisione straordinaria. La pittura ha un altro compito: rendere visibile ciò che la realtà nasconde.

Ho impiegato molti anni per comprendere questa differenza.

Per lungo tempo ho dipinto figure, corpi, volti, grandi composizioni. Cercavo nell’immagine la forza del racconto, la tensione del gesto, l’intensità del colore. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato.

Ho cominciato ad accorgermi che ciò che rimane dopo un avvenimento può essere più emozionante dell’avvenimento stesso.

Una sedia abbandonata può raccontare la persona che vi era seduta. Una porta socchiusa può suggerire una vita intera. Una stanza dalla quale qualcuno è appena uscito può contenere più umanità di una stanza affollata.

È da questa consapevolezza che è nata la mia ricerca di Restanza.

Non volevo più dipingere soltanto ciò che accade, ma ciò che rimane quando tutto sembra essere finito.

E ho scoperto che l’assenza possiede una sua forma, un suo peso, perfino una sua luce.

Per vedere tutto questo occorre liberarsi dalla fretta. Viviamo in un tempo che ci obbliga a consumare le immagini prima ancora di comprenderle. Anche davanti a un quadro, spesso, il visitatore cerca immediatamente un significato, una spiegazione, una risposta.

Ma un’opera d’arte non è una domanda alla quale bisogna rispondere in pochi secondi.

È un incontro.

A volte un quadro non ci dice nulla al primo sguardo. Poi, mentre stiamo per allontanarci, un particolare ci trattiene. Una fessura luminosa, un’ombra, un oggetto dimenticato. Qualcosa che non avevamo visto comincia improvvisamente a parlarci.

È in quel momento che la pittura diventa necessaria.

Credo che un artista debba conservare la capacità di meravigliarsi davanti alle cose più semplici. Non occorre cercare continuamente immagini straordinarie. Occorre imparare a riconoscere lo straordinario dentro ciò che sembra ordinario.

Un bicchiere rimasto sul tavolo, una tenda che si muove appena, una parete consumata dal tempo possono contenere un universo.

Il problema non è trovare qualcosa da dipingere.

Il problema è riuscire a vederlo.

E forse la maturità di un pittore comincia proprio quando smette di voler dimostrare quanto sia capace di dipingere e comincia a interrogarsi su ciò che merita davvero di essere mostrato.

Oggi, davanti a una tela, mi interessa sempre meno riempire lo spazio. Cerco piuttosto di capire quanto posso togliere senza cancellare l’emozione.

Perché qualche volta una piccola luce dentro una grande oscurità riesce a raccontare più di cento figure. E perché il silenzio, quando sappiamo ascoltarlo, possiede una voce.

Prima di dipingere bisogna vedere. Ma per vedere veramente, qualche volta, bisogna avere il coraggio di chiudere gli occhi e lasciare parlare la memoria.

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