Entrare nelle sale della GASC, a Villa Clerici, significa già entrare in un luogo nel quale arte e spiritualità hanno imparato da tempo a convivere. Le opere di Roberto Floreani, in questo spazio, sembrano trovare una collocazione naturale. Non perché raccontino il sacro attraverso immagini riconoscibili, ma per una ragione più profonda: la loro capacità di suggerire ciò che non si lascia facilmente nominare.
La Via Astratta, mostra curata da Luigi Codemo e presentata dalla GASC – Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei, oltre venti opere, alcune di grande formato, accompagnano il visitatore dentro più di quarant’anni di ricerca dell’artista, veneziano di nascita e protagonista di una lunga stagione dell’astrazione italiana contemporanea.
Cerchi, quadrati, rettangoli, ovali: forme essenziali, apparentemente semplici, che sulla superficie delle sue opere acquistano una consistenza diversa. La geometria diventa ritmo, il ritmo diventa movimento, la materia diventa memoria. Ogni quadro è il risultato di una stratificazione paziente, nella quale possono sovrapporsi fino a trenta strati di materia pittorica.
È una pittura che richiede tempo, le opere di Floreani impongono un’altra misura dello sguardo.
Prima arrivano le superfici, spesso costruite su grigi, marroni e tonalità terrose. Poi il colore interviene con una forza improvvisa: un rosso acceso, un arancio, il blu Klein. Non sono semplici accenti cromatici. Sembrano aperture, fenditure, punti di passaggio attraverso i quali la composizione cambia improvvisamente direzione.
La superficie ruvida dialoga con la precisione della forma. La materia con la geometria. L’apparente immobilità con un movimento interno che continua anche quando il quadro sembra aver raggiunto il proprio equilibrio.
È questa una delle caratteristiche più affascinanti della ricerca di Floreani: la sua pittura sembra rigorosa e, allo stesso tempo, profondamente emotiva.
Il percorso della mostra attraversa alcuni dei momenti fondamentali della sua produzione, dai Ritmati alle Costellazioni, fino alle Soglie. E proprio quest’ultima parola sembra offrire una chiave di lettura particolarmente efficace per entrare nel suo lavoro.
Una soglia separa e unisce. Divide due spazi, ma permette anche di attraversarli. È un confine che contiene già la possibilità del passaggio.
Nelle opere di Floreani la tela sembra comportarsi allo stesso modo. Non chiude lo sguardo, lo spinge oltre.
Tra i lavori presentati alla GASC anche alcune opere recentissime e inedite, nelle quali il quadrato centrale viene sdoppiato tanto nella struttura quanto nella scelta cromatica. Il centro, anziché rappresentare un punto fermo, diventa così un luogo di tensione, quasi una presenza che si moltiplica davanti agli occhi.
La mostra prosegue una ricerca già affrontata dall’artista nel progetto Soglie. Tempo del prima, Tempo del poi, realizzato nel 2025 al Museo Diocesano di Vicenza in occasione del Giubileo. Anche in quel caso la pittura diventava strumento per interrogare il rapporto tra tempo, materia e spiritualità.
A Villa Clerici questo confronto acquista un significato ulteriore. La GASC custodisce infatti una delle più importanti raccolte italiane di arte sacra del Novecento e contemporanea, con oltre tremila opere di artisti come Francesco Messina, Giacomo Manzù, Gino Severini, Felice Casorati, Kengiro Azuma, Aligi Sassu, Valentino Vago e William Xerra.
Floreani entra in questo racconto con un linguaggio che non rappresenta il sacro, ma ne cerca la possibilità attraverso l’astrazione.
“Il lavoro di Roberto Floreani – afferma Luigi Codemo – dimostra come l’astrazione pittorica, pur nascendo da un’indagine puramente analitica sul proprio linguaggio, mantenga una profonda tensione spirituale. Il quadro diventa così una soglia che conduce oltre la tela”.
Guardando, accade qualcosa di inatteso: le forme iniziano a perdere la loro rigidità, il colore prende corpo, la materia sembra restituire il gesto che l’ha generata. Quello che appariva geometrico diventa umano. Quello che sembrava fermo comincia a muoversi.
La Via Astratta di Floreani non è allora una strada che conduce lontano dalla realtà. È, al contrario, un modo per entrarci più profondamente, sottraendola alla superficie delle cose. La pittura diventa così un luogo di passaggio. Una soglia, appunto.













