Una Fondi spettrale, tra le penombre del passato e l’alba dell’eterno. Magica e mitica, atemporale, ma allo stesso tempo concreta, presente, viva. È la Fondi ritratta dai fratelli Gianmarco e Francesco Latilla, che nel loro ultimo cortometraggio, regalano l’affresco misterioso e monumentale della loro terra. Lo fanno sfidando i canoni classici che accompagnano una certa produzione documentaristica, troppo auto celebrativa e stucchevole, ai quali sostituiscono uno stile felliniano e visionario, capace di mostrare sia le numerose bellezze del patrimonio storico-culturale della cittadini, ma soprattutto riuscendo a mostrare la Bellezza insita nelle chiese, nei palazzi, nella storia dei luoghi che hanno dato i natali a Giuseppe De Santis(tra i numi dei giovani registi). Il “Crepuscolo degli dei”, questo il titolo dell’opera, è la storia del viaggio, spaziale e temporale, di uno spirito, un fantasma che funge da anima della cittadina, che si immerge in epoche lontane rivivendo e mostrando agli spettatori il passato di Fondi. Dalle origini mitiche e preromane alle vicende dei conti Caetani. Raccontando, attraverso una regia onirica e raffinata, il paesaggio e i luoghi di quelle che furono le terre delle fatiche di Ercole e delle scorribande saracene. Un passato mai mostrato con nostalgia o rimpianto, ma reso monumentale e magnifico, che esita nella notte e viene evocata dal Fantasma. Fantasma interpretato da Francesco Latilla che ha saputo ben riprendere la lezione del suo maestro Lino Capolicchio, attraverso una recitazione che lascia intravedere non solo un grande talento attoriale, ma gli sprazzi di quelli che sono stati i suoi riferimenti, primo tra tutti Carmelo Bene. Da cui riprende la capacità di trasformare il suono nella parola, la storia in mito. Questo spiritello del crepuscolo accompagna lo spettatore in una fuga notturna da una realtà comune verso un mondo fiabesco fatto di un passato grandioso, dell’estasi del numinoso che emerge nel cortometraggio. Il crepuscolo latilliano nulla ha a che vedere con quello wagneriano, esso è la porta dell’eterno non l’alba del superuomo, non vuole distruggere o esaltare, ma suggestionare, turbare. Come ha sottolineato Gianmarco Latilla riguardo al corto, il fine del Crepuscolo, e del loro cinema in generale, è travolgere in maniera totale attraverso una esplosione di emozioni. Emozioni che vengono suscitate soprattutto attraverso la musica. Si può dire che l’opera è densa di riferimenti e richiami al mondo della lirica, ai canti gregoriani, a Mozart. La musica non è solo il sottofondo del film, ma diviene il medium sublime delle emozioni, di una suggestione tra il religioso e il metafisico. In cui la luce modula le ombre del passato sfumando, nelle sue tenebre, un clima stregato e ammaliante. Con il Crepuscolo degli dei i Latilla mostrano un mondo fatto di corrispondenze, una natura parlante, viva, oltre il semplice ambientalismo, un territorio ricco di bellezza e storia. Una messa nera senza Satana, un sabba senza streghe in cui lo spettatore non annega nell’oscurità, ma nell’eterno. In quello che per ognuno si chiama destino e che per tutti si chiama Tradizione.
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