Tempo fa, in una intervista ad una importante radio nazionale venne invitato, durante una trasmissione di stampo salutistico, un esperto d’alimentazione – o almeno così venne presentato-. Dichiarò costui di essere un “naturopata”. Ecco. Noi barbuti e brontoloni conservatori di provincia, preferiamo continuare a fingere di non sapere cosa diavolo sia, un naturopata.
Con una smorfia infastidita, ascoltai siffatto scienziato spiegare che bisognerebbe imparare a “comunicare meglio col cibo, per poterne percepire le vibrazioni”. C’è da rimanere sconcertati da tutte queste stramberie che stanno prendendo piede nel campo delle mode alimentari. Ci sono cibi con cui comunicare. Vibrazioni da percepire. Pietanze esotiche. Afrodisiache. Esoteriche. Ci sono bacche dai nomi impronunciabili.
Fenomeni di costume che sono sintomo di una società ancora opulenta (per ora) che non ha più semplicemente la necessità di mangiare, avendo fame. E che non ha più nemmeno il gusto di farlo. Ma che adesso tenta di ideologizzare anche il cibo.
Quale genere di metafisica stia dietro tutti questi nuovi modi-di-vivere, è davvero difficile da comprendere.
Perché va da sé che, almeno per quanto concerne le teorie alimentari moralizzatrici, qui ci si trova di fronte a veri e propri credo post-religiosi, radicali ed intransigenti. Appare più che evidente, ad esempio, la tendenza escatologica insita nel vegetarianismo radicale dei vegani: “un giorno, gli animali non saranno più sfruttati, e l’uomo, salvato dagli effetti nefasti dell’alimentazione “carnivora”, avrà rispetto per la vita; sarà meno violento; ci saranno meno guerre; si ridurranno le malattie, si ridurrà l’inquinamento… e vivremo tutti su di una terra paradisiaca”.
L’uomo moderno tenta di sfuggire all’orrore per il proprio spaesamento nei modi più incredibili. Specialmente questa permanente preoccupazione circa la conservazione della propria salute e della propria giovinezza, mostra quanto possa essere prorompente l’azione della paura-del-nulla su di un materiale umano ormai privo di un qualunque sentimento di vera trascendenza. E così, mentre da un lato il marketing, parassitario, strizza l’occhio all’uomo in cerca di una qualche forma di genuinità alimentare, falsamente arcaica, presentando in forma romantica ed “antica” gli stessi prodotti industriali di sempre, dall’altro, sempre più cresce l’industria del cibo sano e\o vegetariano. Il vegetarianismo, in tutte le sue forme, sta diventando effettivamente molto ramificato in tutti i settori della società, assurgendo al livello di nuova ideologia, coi suoi chiari risvolti anche politici. E come ogni ideologia che teorizzi un qualche tipo di superiorità morale ed antropologica dei suoi seguaci, anche il vegetarianismo radicale, nella sua furia progressista, attiva sé stesso nella formazione totalitaria dei propri militanti-evangelizzatori.
Partendo da queste considerazioni, e con una certa curiosità in corpo, chi scrive ha dunque deciso di andare a sprofondarsi in una tematica tendenzialmente poco affrontata: il movimento artistico degli attivisti vegani, specialmente nel campo della pittura. Quale immaginario si muove dietro queste produzioni artistiche? Quali forze concettuali animano questo esercito di giovani artisti?
Taluni di essi, a dir la verità, anche abbastanza talentuosi. E’ il caso, ad esempio, del giovane tedesco Hartmut Kiewert. Sicuramente un buon pittore. Evocativo.
Parlando di Kiewert, viene subito alla mente il suo dipinto “Evolution of Revolution”, nel quale l’antispecista tedesco riprende il quadro di Delacroix “La libertà che guida il popolo”. Solo che, nel quadro di Kiewert, l’allegoria della libertà, anziché una bandiera, impugna una tenaglia, per tagliar lucchetti, catene e gabbie e similmente a lei il personaggio del ragazzetto, allegoria del coraggio. Attorno a loro, gli animali. Un maiale, una vacca, un agnello, un’oca, pulcini ecc… costituiscono il nuovo popolo oppresso cui la Libertà indica la via da seguire verso l’emancipazione dall’oppressione umana. Sicuramente un’opera interessante, per l’estetica post-moderna e per chi se ne inebria.
Ma a dirla tutta, quest’arte fatta a misura d’attivismo politico, fatta di moralità un po’ troppo sentimentalistica, lascia decisamente l’amaro in bocca. Soprattutto per chi ha in fondo al cuore l’idea di un’arte che non si occupi di tematiche politiche, umanitarie o…”animalitarie”… che “non si occupi del sociale”, per citare Carmelo Bene. Ossia che non metta di mezzo tra la rappresentazione e ciò che vien rappresentato una qualche impalcatura ideologica di sorta, elaborata dal povero e limitato soggetto-artista. Sarebbe ora di tornare ad occuparsi di bellezza. Di estetica. E la bellezza non può avere la limitatezza degli innumerevoli “ego” che possiedono il corpo dell’artista.
Verrebbe da pensare, malignamente, non essere nemmeno “arte” questo propagandare moraline fondate su sentimentalismi e pulsioni intimistiche. Avvezzo ai silenzi della campagna lombarda ed al senso dell’abisso suscitato dalle grandi industrie dismesse e crollanti, in quest’epoca post-industriale, chi scrive non riesce proprio a comprendere come un bel manifesto ideologico, quali sono le opere di questi vegani, attivisti del dover-essere, possa essere considerato opera d’arte, e non soltanto, banalmente, un manifesto “bello”, ben dipinto, ben fatto. Ed anzi, la relazione che appare evidente tra il mondo del mercato, del marketing, della pubblicità e siffatti “artisti”, è segno dei tempi, e della natura antropologica dell’uomo occidentale odierno, che non sa più nulla né di trascendenza né di estetica, ma s’occupa solo del piccolo, del quotidiano, del transeunte.
Le opere di Roland Straller, ad esempio, artista anch’egli tedesco, designer ed illustratore, hanno certamente un buon valore tecnico. Rappresentazioni oscure e tetre dove corpi insanguinati si contorcono. Animali infilzati e figure chimeriche che hanno lo scopo di colpire nel profondo la coscienza di chi osserva, suscitando sentimenti e reazioni di tipo morale. Ma è arte questa? Domanda delle domande, quando ci si vuol interrogare sugli sviluppi dell’arte contemporanea: cos’è arte? Che differenza c’è –o dovrebbe esserci- tra l’arte e la quotidianità del consumismo contemporaneo? Su questo ci sarebbe da discutere. Straller col suo agire già indica una possibile risposta: infatti, come altri designer, è finito col progettare t-shirts propagandistiche ad uso dell’ideologia vegetariana radicale. T-shirts per nulla dissimili –nelle intenzioni- da quelle che ogni giorno si possono osservare indosso ai nostri giovani, per le strade, a voler palesare l’appartenenza a questo o a quel gruppo d’identità politica o pseudo-artistica e commerciale.

Ma che fine ha fatto la filosofia estetica? Che fine hanno fatto le grandi teorie sull’arte? Un tempo non ci si interrogava sul fatto che l’arte dovesse esprimere una tendenza all’universalità? Che si tratti di un universalità sovra-individuale o del pluriverso profondo dell’interiorità umana, non è questa grandiosità a fare tale un’opera? Non era la corrispondenza tra la rappresentazione artistica e la verità dell’essere, a fare di un manufatto un capolavoro? Può essere considerata arte questa forma contemporanea di propaganda un po’ ingenua, che anziché esprimere altezza ed universalità, si occupa di rafforzare un’identità da branco, del tutto ideologica? Il dibattito filosofico sulla questione è stato piuttosto vivo in epoca contemporanea. Ed il problema fondamentale che è affiorato in maniera decisa è questo: si può ancora distinguere tra arte e mercato? Si può distinguere tra arte e ideologia? O questi elementi sono ormai inscindibilmente amalgamati nell’amara zuppa (rigorosamente senza carne) che ribolle nel calderone della contemporaneità?
Un’altra artista che meriterebbe una menzione è certamente la pittrice canadese Chantal Poulin Durocher. Certamente una pittrice dall’immaginario più “classico” e meno sperimentale rispetto a molti altri giovani artisti-attivisti antispecisti. La Durocher, usando la tecnica dell’olio su tela, ma non solo, dipinge soggetti animali in maniera più femminile, più dolce, meno cruenta. L’ultimo suo lavoro, “Miss my Mom”, rappresenta un vitello, con cartellino identificativo all’orecchio, e dal cui occhio sgorga incerta una lacrima. Anche in questo caso il dipinto ha una sua validità tecnica, rovinata dall’intenzione, e dalla
pretesa di mettere in scena un pietismo francamente del tutto soggettivo. Ma la contemporaneità è l’epoca dell’individualismo. Ed è anche l’epoca nella quale la semplice alfabetizzazione ha fatto credere agli individui di potersi ergere al rango di scrittori, poeti, pittori o addirittura filosofi. E’ l’epoca della mediocrità diffusa. Un’attrice come la Durocher, che mediocre non è nella tecnica, rovina subito sé stessa nel momento in cui traspare dalle sue opere l’intenzione di mettere su tela una rappresentazione mediata da sovrastrutture ideologiche. Qui siamo nel campo delle rappresentazioni di rappresentazioni. Sebbene almeno la forma e la tecnica vengano preservate, cosa che conferisce alle opere della Durocher un certo impatto estetico, forse è giunta l’ora di domandarsi se chi si ritiene conservatore nel campo della critica e dell’ermeneutica artistica, possa ormai accontentarsi soltanto di veder preservata una forma, e se non sia forse giunto il tempo di contrattaccare.
I tantissimi giovani artisti vegetariani radicali, antispecisti, più o meno talentuosi che siano, sono, assieme a molta, moltissima altra pseudo-arte contemporanea, la dimostrazione che in fondo Spengler aveva ragione: siamo alla frutta, è ben il caso di dirlo.














Gran parte dell’arte a tema religioso ha un fine “propagandistico” e didattico-ideologico
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