Conversazione con Cioran, l’eretico transilvano

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Non si sarebbe mai sognato di scrivere o dire qualcosa moralistico, di eticamente costruttivo e men che meno “progressista”. cioranEra eretico, ma di certo anche anarchico, e in modo atipico conservatore. Peggio: un uomo contradditorio. Se vogliamo procedere per definizioni, questa è certo una delle migliori. Figlio di un pope ortodosso rumeno, fu ateo. E pur tuttavia era un profondo conoscitore delle religioni, e qui il plurale è d’obbligo, che sotto sotto si considerava gnostico. Emil Cioran (1911-1995) è stato tutto e il suo contrario: filosofo ma anche no, tanto era asistematico. Non c’è sua frase che non sia lapidaria nel più puro scetticismo, che questo in fondo è stato: lo scettico maiuscolo del Novecento. Lo riconferma, se mai i suoi libri, segnati da un talentuoso virtuosismo nell’arte dell’aforisma, non bastassero, un’intervista inedita che è un piccolo capolavoro. Cioran, la speranza è più della vita, intervista con Paul Assall (a cura di A. Di Gennaro, Mimesis,cioran-e1443687956938 pp. 100, €5,90); Cioran l’aveva rilasciata nel marzo del 1985 a una radio tedesca, e questa bella traduzione ci restituisce un inedito. Abbiamo insomma parole di Cioran finora ignote in Italia. E ciò, almeno per chi scrive, costituisce un piccolo avvenimento. Poiché siamo nell’epoca della fretta, e dunque della brevità, nessuno più dell’autore di Sommario di decomposizione e La tentazione di esistere può interpretare il malessere dell’uomo contemporaneo. Uno che a ventun’anni aveva già letto per intero Hegel e Kant, ma qui dichiara di aver trovato più filosofia tra i pastori delle montagne transilvane e nei manicomi, dove andava spesso, da ragazzo, in cerca di verità. Era contro ogni sistema e ogni ideologia: “La scienza cerca di essere obiettiva, quindi non ne ho bisogno (…). A me piacciono solo gli atteggiamenti personali e le verità soggettive!”. L’assurdo era il suo pane quotidiano e ogni dichiarazione rilasciata ad Assall suona come un aforisma. A volerne citare non si finirebbe più. Ne scegliamo un paio a caso: “Uno storico ottimista è in sé una contraddizione: un sognatore, un ingenuo o un uomo grottesco”; “La disperazione è l’originalità del nostro tempo”. Non vi è parola che sia gettata lì a caso. Anche questo fa di lui un grande. Nel senso frammentario in cui era, in fondo, normale, essere grandi nel secolo breve.