Quando la giustizia insegue il destino: Il gioco della Triglia

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Il passato non conosce prescrizione quando continua ad abitare la coscienza. È da questa tensione che prende forma Il gioco della Triglia, l’ultimo romanzo di Roberta Capanni, un noir che utilizza il linguaggio dell’indagine per interrogare il rapporto tra giustizia, memoria e responsabilità.

Tre uomini vengono ritrovati assassinati. La scena del crimine si ripete con una precisione quasi rituale: il soffocamento, una triglia infilata nella bocca delle vittime, nessuna traccia utile a semplificare il lavoro degli investigatori. Potrebbe essere l’incipit di un classico thriller seriale, ma Capanni sceglie una strada diversa. Il mistero non si esaurisce nella ricerca dell’assassino: diventa il pretesto per esplorare ciò che il tempo non cancella, le promesse rimaste sospese, le colpe che continuano a produrre conseguenze anche quando sembrano ormai appartenere a un’altra vita.

A guidare l’indagine è il Commissario Isotta Franceschini, una protagonista che sfugge agli stereotipi del noir contemporaneo. Non è l’investigatrice tormentata che cerca rifugio nell’autodistruzione, né l’eroina infallibile costruita per stupire il lettore. Isotta osserva, ascolta, riflette. Vive di disciplina, coltiva un equilibrio fatto di piccoli rituali quotidiani, musica indiana, cibo semplice e silenzio. È una donna che cerca di comprendere prima ancora che giudicare e che affronta ogni caso come se dietro ogni indizio si nascondesse una domanda sull’essere umano.

È proprio questa profondità psicologica a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del romanzo. Le vittime non rimangono corpi senza storia, ma persone attraversate da fragilità, errori, speranze e contraddizioni. Allo stesso modo, i personaggi femminili acquistano una centralità rara nel genere: non sono semplici figure di contorno, ma il motore emotivo e morale dell’intera vicenda. La promessa fatta a una donna maltrattata diventa il punto di origine di un’indagine che affonda le proprie radici nella violenza, nel dolore e nella difficile ricerca di una riparazione possibile.

Capanni costruisce una narrazione in cui il ritmo investigativo convive con una riflessione più ampia sulla società contemporanea. Tra le pagine affiora una critica alla necessità collettiva di individuare immediatamente un colpevole, di costruire il “mostro” da offrire all’opinione pubblica, mentre le cause profonde della violenza rimangono spesso invisibili. È un meccanismo che appartiene tanto alla cronaca quanto alla nostra quotidianità e che il romanzo osserva senza indulgere nel moralismo.

Anche la scelta del simbolo che dà il titolo al libro si rivela particolarmente efficace. La triglia non è soltanto la firma dell’assassino, ma un elemento che costringe il lettore a cercare un significato ulteriore. Quel pesce, apparentemente estraneo alla vicenda, assume progressivamente il valore di un linguaggio cifrato, di un richiamo al passato, di un dettaglio che trasforma la scena del delitto in un racconto simbolico.

L’ambientazione contribuisce in modo decisivo alla costruzione dell’atmosfera. La Toscana raccontata da Roberta Capanni si allontana dalle immagini rassicuranti del paesaggio da cartolina. Firenze, Montecatini, Viareggio e la campagna diventano luoghi della memoria, spazi in cui il passato continua a sedimentarsi sotto la superficie delle cose. I territori non fanno semplicemente da sfondo all’indagine, ma partecipano alla narrazione, custodendo segreti e restituendo una dimensione profondamente umana al racconto.

La scrittura alterna dialoghi rapidi a momenti più riflessivi, nei quali l’autrice si concede il tempo di approfondire i personaggi e le loro relazioni. In queste pagine emerge anche la sua esperienza di giornalista, riconoscibile nell’attenzione al dettaglio, nella credibilità delle dinamiche investigative e nella capacità di osservare le persone prima ancora degli eventi.

Il gioco della Triglia dimostra come il noir possa ancora essere uno strumento efficace per raccontare il presente. Non si limita a costruire un enigma, ma utilizza il meccanismo del giallo per interrogare temi universali: il peso delle scelte, la memoria, la violenza, il confine sottile tra legge e giustizia. L’indagine diventa così un viaggio dentro le responsabilità individuali e collettive, ricordando che ogni verità richiede tempo, ascolto e il coraggio di guardare dove gli altri preferiscono distogliere lo sguardo.

Roberta Capanni consegna ai lettori un romanzo che mantiene viva la tensione narrativa senza rinunciare alla profondità della riflessione. E Isotta Franceschini, con il suo rigore silenzioso e la sua ostinata ricerca di equilibrio, si rivela una protagonista credibile, destinata a conquistare spazio nel panorama del noir italiano contemporaneo. Perché, in fondo, il mistero più difficile da risolvere non è quello che lascia un assassino sulla scena del crimine, ma quello che ciascuno custodisce dentro di sé.

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