Yigal Leykin, una straordinaria “vita qualunque”

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Yigal Leykin, Una vita qualunque, Giuntina, 2015
Yigal Leykin, Una vita qualunque, Giuntina, 2015

Anche se inconfessabile, i non amanti del genere formulerebbero un pensiero di sufficienza di fronte all’ennesimo libro sulla Shoah, che inevitabilmente tanto assomiglierebbe ai molti altri ogni anno in circolazione. Sorvolando sull’importanza dell’esistenza di voci come queste, memoria corale mai sufficientemente presente contro il pericolo di futuro oblio e ridimensionamento, qui non si parla dell’ennesimo “libro sulla Shoah”. È quanto tiene a precisare Yigal Leykin, autore di Una vita qualunque (Giuntina, 2015, 198 pp. 15 euro) , testimone ed erede di una vita decisamente eccezionale, ospite della XVI edizione di Pordenonelegge (Pordenone, 16-20 settembre) accompagnato dallo scrittore e poeta israeliano Alon Altaras.

Leykin è nato in Ucraina, si è trasferito a 10 anni in Israele e si è laureato in Medicina a Bologna, conseguendo poi la specialità in Anestesia e Rianimazione all’Università di Ferrara e un Master in Scienze all’Università di Tel Aviv. Autore di oltre 170 lavori scientifici pubblicati sulle più prestigiose riviste internazionali, è Direttore del Servizio di Anestesia, Rianimazione e Terapia del Dolore dell’Ospedale di Pordenone, dove vive con la sua famiglia. Ma non è la sua vita ad essere protagonista del libro, bensì quella della sua famiglia, una famiglia dell’alta borghesia ebraica di Kovel, cittadina polacca non distante da Leopoli, strappata dai russi ai nazisti durante la seconda guerra mondiale e ora parte dell’Ucraina. Lì si costruisce l’epopea del padre, Mitia Leykin, nato Mitia Rabin prima di rinnegare il cognome adottivo e scoprire in una guardia dell’esercito russo il padre naturale e il suo destino di salvezza.

Parlare di “salvezza” in questo caso è sempre scivoloso e parziale, perché nessuno si salva mai completamente, comprese le generazioni successive. «Siamo sopravvissuti dei sopravvissuti» dice Leykin, che con questo libro rende omaggio all’immenso amore del padre per le donne che l’hanno fatto vivere -la perduta sorellina Telinka e la battagliera moglie Bussia-, con l’urgenza di strappare verità al romanzo, dettagli all’oblio e il giusto peso di una vita. Senza accuse, quasi con rassegnazione pacata e distacco consapevole, la sua scrittura scorre chiara, misurata e concentrata, più rapida della lettura, catturando il lettore in un vortice assetato che non lo abbandona fino all’ultima pagina, lasciandolo voglioso di una fine che rimane volutamente aperta, irrisolta, come la vita.