Esse sono come scandite da una partitura, hanno un proprio movimento ciclico e ritmato che tradisce passione per la musica e per l’astronomia, magari interpretata attraverso il corollario immaginario della fantascienza.
L’osservatore attento percepisce nella qualità pittorica del tratto la volontà di svincolare il dato estetico dalla semplice funzione decorativa; l’aspirazione a realizzare quella misteriosa alchimia che trasforma la creazione individuale in una finestra sul mondo, per cui un’espressione profondamente individuale, intima, comunica idee e sentimenti a chiunque altro la guardi.
Se gli si chiede da dove arrivi la sua spinta creativa, Patrin risponde dalla libertà del fare senza dovere rendere conto a nessuno, rara e preziosa opportunità, che solo l’arte concede in un mondo intricato di relazioni e dipendenze.
Cosa che appare chiara guardando come dispone colore e materia sulle sue tavole, a volte scegliendoli d’istinto per sottolineare i contrasti della vita, gli alti e bassi dell’anima, i sentimenti antagonisti, a volte accostandoli in base a precise simbologie cromatiche.
Sembra di avere di fronte un’arte che non ha scadenze, né tempi di realizzazione stabiliti. Impressione confermata dallo stesso Patrin che definisce ogni suo lavoro come una vera e propria avventura, che può iniziare da un idea precisa, o da un semplice gesto, da una pennellata o da una fotografia, ma non si sa mai quando, e in che modo può finire.
“In un certo senso- racconta – è come se l’idea prendesse forma da sola, in alcuni rari casi si concretizza in pochi minuti di attività frenetica, più spesso lascio che i primi segni si depositino e torno a lavorarci molti giorni dopo, a mente fresca, procedendo per strati sovrapposti, aggiungendo, sottraendo, anche per settimane o mesi. Posso lavorare su dieci cantieri contemporaneamente e mi capita di mettere ancora mano ad un opera molti anni dopo la sua prima stesura”.
Poliedrico anche nella selezione dei materiali, scelti tra quelli di risulta del suo laboratorio, riciclati o trovati per strada o inconsueti come vetro, metalli, piombo, lana, legno, (ma solo a patto che trovino la loro naturale collocazione nell’opera.)
L’artista francese usa ogni mezzo, compresi vecchi disegni a cui dare nuova vita, per esprimere la sua poetica di uomo contemporaneo, al quale non sono più concessi “fogli bianchi” e l’unica possibilità creativa passa per lo scrivere sul già scritto.
Dipinge su tela, cartone, legno o metallo dando il colore con i pennelli più raffinati ma anche con quelli da pittore edile. Usa dita, fiamma, attrezzi vari, tutto quello che può servire a lasciare un segno inequivocabile, padroneggiando le tecniche più varie, dagli inchiostri colorati, ai pigmenti, dagli acrilici agli spray, agli acquarelli.
I soggetti delle sue opere si definiscono grazie ad una nota pittorica in cui si equilibrano bene il figurativo e l’astratto e dall’incrocio continuo di tecniche e materiali scaturisce una pluralità d’espressioni che l’autore plasma in linguaggio unitario e un misterioso. Quelli della rassegna Frontiere sono lavori pervasi di una simbologia attinta da memorie ed emozioni distanti nel tempo, che rimandano ad una sensibilità profonda ed antica, linfa segreta di una pittura che non è mai solo spontanea, perché sempre orientata da una coscienza attenta alla finalità della creazione artistica. Vera cifra stilistica di un artista sempre attento ai mutamenti e alle lacerazioni della società contemporanea, ma totalmente autonomo da mode e tendenze.
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>FRONTIERE
di Michel Patrin
a cura di Luca de Angelis
Biblioteca Angelica spazio Galleria, via di Sant’Agostino 11 Roma
Fino al 21 Maggio
Info: www.michelpatrin.com; www.facebook.com/michel.patrin;












