La furia del rock-punk dei Ministri

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Il coraggioso trio milanese nel cd “Fuori” canta la generazione esclusa.

di Fulvio Paglialunga

I soldi sono finiti lo avevano già detto, all’esordio. Che fossero Tempi Bui l’hanno comunicato al secondo album, per poi con Fuori cantare l’esclusione di una generazione. Ora, da marzo, promuovono un manifesto quasi ossimorico Per un passato migliore, in un tour che sembra non finire mai e che ha toccato di nuovo Roma (Atlantico Club). E se non avete mai visto applaudire dei ministri (specie in momenti grami come questo) non avete visto applaudire I Ministri, power trio milanese (Davide “Divi” Autelitano voce e basso, Federico Dragogna chitarra, seconda voce, Michele Esposito: batteria) in continua emersione nel bello, affollato e controverso panorama indie italiano. Ascesa logica per la qualità dei testi, della musica e delle qualità dal vivo, esaltate dallo spirito, dalla voglia di sorprendere, dagli arrangiamenti e dalla presenza della chitarra di Effe Punto (Filippo Cecconi, che dal 2009 accompagna i live e adesso ha annunciato la fine della collaborazione). Rock, anche punk o forse soprattutto: canti di malessere mai fermo e di speranza affidata alle capacità personali e alla voglia di farsi spazio. Come dissero all’uscita dell’ultimo album, infatti: «Non c’è governo, dio, crisi o amministratore di condominio che possa veramente rovinarci la vita; la vita è sempre altrove, ed è nostro dovere cercarla».

La tappa all’Atlantico è una serie di scoperte: la fila da molte ore prima, gente che ha fatto chilometri impensabili (da Bari, ad esempio) nonostante un tour arrivato quasi ovunque e la capacità di suonare per due ore e terminare con un «già finito?» che per somma di sussurri diventa coro, la complicità con il pubblico, i tuffi dal palco su braccia protese verso l’alto, quell’aria rock che fa respirare bene e cantare meglio. Tutto funziona: scaletta che spinge anche sulle ballate, Divi che mette in campo tutto il suo carisma e che usa canzoni come grimaldello per far riflettere mentre urla, e scuote. Suoni esplosivi, a “Comunque” agli “Alberi” e poi una magistrale versione di “Una Palude” e “Il Bel Canto” condiviso con la gente accalcata, per dire poi, in chiusura, che è il caso di “Abituarsi alla fine”. Appare così sincera la voglia di interpretare le proprie canzoni e divertirsi che, nelle due ore di live, non c’è nemmeno la finta uscita di scena che ancora capita di vedere in chi è a corto di idee quando sale sul palco. E uscendo, dopo aver scaricato energia e avendo già accumulatane altra, i fedelissimi aspettano l’uscita e sarebbero pronti a ricominciare. Chi invece va via, non ci pensa nemmeno un minuto: cd nell’autoradio e ancora Ministri. Ché gli album sono belli, ma dal vivo il piacere si moltiplica.

© photo Alessio Jacona - twitter @alessiojacona

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