Walter Trecchi, la metamorfosi silenziosa che spazza via le trovate dell’arte contemporanea

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Walter Trecchi Metamorfosi XIV, 2025, olio su tela, cm 200x100

Mentre il circo mediatico dell’arte contemporanea si ostina a rincorrere l’effimero — tra schermi ammiccanti, trovate concettuali da fiera del superfluo e tinte sature buone giusto per l’algoritmo di qualche social — c’è chi sceglie la via più sovversiva di tutte: fermarsi, levare di mezzo il rumore di fondo e guardare.

Alla galleria Federico Rui Arte Contemporanea di Milano, la personale di Walter Trecchi intitolata Metamorfosi arriva come un colpo secco e salutare alla distrazione dilagante. A dieci anni dall’ultima apparizione in questo spazio, il pittore lariano compie un autentico salto all’indietro per andare avanti: sparisce l’antropizzazione dei vecchi cantieri, svaniscono le architetture metropolitane e, soprattutto, si consuma una necessaria, rigorosissima eclissi del colore.

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Resta solo il bianco e il nero – “Go Away White”, per dirla con i Bauhaus -, la luce e l’ombra. L’innesco visivo nasce da una suggestione quasi arcaica, tutta lariana: un avello in granito, millenaria tomba scavata nei massi erratici dei boschi sopra Como, trasformato dal tempo in bacino per l’acqua piovana. La pietra dell’estinzione minerale che accoglie la vita liquida. È su questo specchio che Trecchi posa lo sguardo e il pennello: il riflesso perfetto degli alberi si increspa, si spezza, vibra sotto l’urto del vento o di un tocco accidentale.

L’albero non è qui docile arredo verde né sentimentalismo da salotto ecologista. È struttura viva, saldo pilastro d’identità che, specchiandosi nell’acqua increspata, accetta il rischio e la vertigine del divenire. Non è una resa alla frammentazione, ma la consapevolezza che cambiare forma non significa perdere sé stessi. Nelle tele e nei polittici esposti, la vibrazione liquida non si limita a descrivere la natura: evoca quel Mistico wittgensteiniano che non si spiega con la chiacchiera critica, ma semplicemente si mostra.

Una mostra densa, potente e fieramente controcorrente. Trecchi ci ricorda che per ritrovare il vero dinamismo della vita non serve urlare: basta il coraggio di tacere e contemplare l’essenziale.

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