Nuovo appuntamento con “Imparare a guardare”, lo spazio d’autore curato per Il Giornale OFF dal maestro Karam Cannarella. Una riflessione sul senso della memoria, sulla traccia invisibile delle cose e sul significato profondo della Restanza.
Ci sono luoghi che non dimenticano.
Anche quando gli uomini se ne vanno, quando una porta viene chiusa, quando una casa rimane vuota o un mestiere scompare, qualcosa continua ad abitare quegli spazi. Non è una presenza che possiamo vedere con gli occhi. È una traccia.
Ho sempre pensato che i luoghi possiedano una memoria diversa dalla nostra. Noi ricordiamo attraverso immagini, volti, parole. I luoghi ricordano attraverso i segni: un muro consumato, una finestra rimasta socchiusa, una sedia spostata, la luce che entra sempre dalla stessa parte.
A Portopalo, dove sono nato, questa sensazione è particolarmente forte. Il mare cambia continuamente eppure sembra custodire tutto. Le partenze, le attese, il lavoro degli uomini, le barche che rientravano, le voci che un tempo riempivano la riva. Molte di quelle voci oggi non ci sono più, ma quando guardo certi luoghi ho la sensazione che non siano veramente scomparse.
Forse è proprio questo che cerco nella pittura.
Non mi interessa soltanto rappresentare ciò che vedo. Cerco ciò che rimane dopo che qualcosa è accaduto.
Un luogo vuoto, per esempio, non è necessariamente un luogo senza vita. A volte è esattamente il contrario. L’assenza può diventare una presenza fortissima. Una stanza vuota può raccontare chi l’ha abitata. Un tavolo può conservare il ricordo di chi vi sedeva. Una porta può parlare di qualcuno che l’ha attraversata.
Bisogna però fermarsi.
Viviamo in un tempo che ci abitua a guardare velocemente. Vediamo migliaia di immagini, ma spesso non ne conserviamo nessuna. Passiamo davanti alle cose senza concedere loro il tempo di parlarci.
Imparare a guardare significa anche imparare a restare.
Restare davanti a un’immagine, davanti a un paesaggio, davanti a una parete segnata dal tempo. Aspettare che ciò che inizialmente sembra insignificante cominci a rivelarsi.
La memoria non ha bisogno di grandi monumenti. Talvolta si nasconde nelle cose più semplici.
Una crepa.
Una tenda che si muove.
Un oggetto dimenticato.
Una lama di luce sul pavimento.
Sono piccoli segni, ma possono contenere una vita intera.
Nella mia pittura degli ultimi anni questi segni sono diventati sempre più importanti. La figura umana può anche scomparire, ma rimane ciò che il suo passaggio ha lasciato. È da questa idea che nasce per me la Restanza: non ciò che semplicemente resta, ma ciò che continua a esistere perché ha attraversato il tempo e ne porta ancora la traccia.
Anche la luce conserva memoria.
Quando entra in una stanza abbandonata non illumina soltanto le cose. Le interroga. Fa emergere una superficie, una ferita del muro, un colore quasi cancellato. Per un istante ciò che sembrava perduto ritorna presente.
Forse la pittura serve anche a questo: non a fermare il tempo, ma a rendere visibile ciò che il tempo non è riuscito a cancellare.
Perché alcuni luoghi, anche quando sembrano vuoti, continuano a custodire qualcosa di noi.
Bisogna soltanto imparare a guardarli.












