A piedi nudi (psichedeliche ipnotiche nudità) è l’album che segna il ritorno discografico della bohémienne fiorentina Silvia Conti. Un lavoro che «nasce per caso», come lei dichiara, liberando la sua creatività in un pop-rock d’autore sospeso tra temi personali e sociali. «Negli ultimi anni ho avuto modo di collaborare a progetti di artisti anche importanti, ma era da tempo che avevo voglia di fare qualcosa di veramente mio, qualcosa che mi rappresentasse completamente e che coinvolgesse tutta la Silvia Conti artistica, e non solo la cantante o l’attrice» spiega.
Pubblicato da RadiciMusic con la direzione artistica di Gianfilippo Boni e del musicista Roberto Mangioni (autore anche di alcuni brani, oltre che compagno di vita di Silvia), quest’album è stato anticipato da Tom Tom: «Ho passato un periodo davvero molto difficile e questo brano è la mia personale catarsi di quel brutto momento; rappresenta anche il mio modo di affrontare le avversità: mento rivolto al sole!».
La voglia di ripartire e di rimettersi in gioco la si ritrova anche in un pezzo come Mattina, mentre spiccano la traduzione “analogica” della celebre Dancing Barefoot di Patti Smith e un melting pot spirituale con una recente perla di Bob Dylan. Il cantautore e compositore statunitense è stato insieme ai Beatles uno dei riferimenti musicali della Conti, che per questi ascolti deve tutto ad un fratello di tredici anni più grande di lei.
«La musica nella mia vita c’è da quando ho il dono del ricordo, cioè da sempre. Da piccolissima disegnavo le copertine dei miei immaginari 45 giri» racconta. A dodici anni canta e suona la chitarra in vari gruppi musicali fiorentini, poi, nel 1983, vince il Festival di Castrocaro con Hey ragazzo. Di quell’esperienza dice: «Ho ricordi teneri e anche un po’ confusi. All’improvviso mi ritrovai in un mondo che fino ad allora avevo solo immaginato; ero molto giovane e poco in grado di gestire un’occasione simile. Allora il Festival di Castrocaro era secondo solo a Sanremo, era davvero importantissimo e vincerlo fu come un sogno». Poi Sanremo è arrivato davvero, nel 1985 con Luna nuova: «Quando ero sul palco ricordo che pensavo: “Ma ci sono davvero? Sono proprio io qui sopra?”. Sono contenta di averlo fatto e lo rifarei».
Dalla partecipazione alla kermesse canora più importante del Belpaese ad oggi sono ormai passati trentadue anni, riempiti con tanto teatro: «E’ sempre stato una mia passione e negli anni ’90 ho deciso di concretizzarla. Mi sono diplomata a una scuola e ho iniziato a lavorare sul serio. Credo che le due cose, il teatro e la musica, almeno nel mio caso, siano complementari: nella musica esprimo quella che sono, nel teatro quella che potrei essere».
Impossibile per Silvia non accorgersi quanto sia cambiato nel frattempo il mondo musicale: «Va di pari passo, ahimè, con i tempi e personalmente trovo che, come diceva Giorgio Gaber, questi siano i tempi della volgarità. A parte qualche rarissima eccezione, non amo molto le nuove produzioni. Anche per questo lavorare a questo disco è stato per me molto importante, ho voluto farlo alla “vecchia maniera”, senza nessuna interferenza esterna, lasciando piena libertà ai miei collaboratori e godendo così di un’energia collettiva che è andata sempre più a crescere, fino a farci sentire come una cosa sola». Ma anche ora che è tornata alla musica («Desidero fortemente che questo disco abbia una bella vita»), il richiamo delle tavole da palcoscenico è forte: «Mi piacerebbe tantissimo fare uno spettacolo di teatro-canzone interamente mio».












