Ci sono persone nelle quali si percepisce qualcosa di speciale ancora prima che il mondo ne riconosca il talento. Giovanni è una di queste. L’ho conosciuto ad Assisi, quando non era ancora famoso, e ricordo di aver intuito subito in lui una luce particolare, qualcosa che andava oltre la musica: una sensibilità profonda e una ricchezza interiore fuori dal comune. Oggi, di fronte alle prove durissime che ha affrontato, ammiro ancora di più la sua straordinaria forza interiore, la capacità di attraversare il dolore senza perdere l’amore per la vita e di trasformare la sofferenza in musica, consapevolezza e compassione.
La sua è una storia che parla di fragilità, perdita e rinascita. Una testimonianza intensa, nella quale la malattia e il lutto si intrecciano con la ricerca di un significato più profondo dell’esistenza. Al centro di questo racconto c’è Stella, l’amatissima sorella del compositore, scomparsa nella notte a 57 anni, pochi giorni dopo la diagnosi del tumore ricevuta dal fratello.
Allevi ha scelto di mantenere il riserbo sulle circostanze della morte della sorella, proteggendo la sua memoria e la loro intimità. Nelle sue parole, Stella emerge come una figura fondamentale, un riferimento affettivo e intellettuale con cui condivideva un legame profondo, fatto di musica, cultura e complicità.
La loro infanzia era stata spensierata: giocavano con gli altri bambini, si arrampicavano sugli alberi e suonavano il pianoforte a quattro mani. Stella era una musicista di talento, capace di interpretare splendidamente Beethoven, ma anche una filosofa esperta di bioetica, appassionata di Baudelaire e di letteratura. Una donna che il fratello ricorda con un’espressione semplice e intensa, era bellissima.
Il dramma della malattia era iniziato il 2 giugno, al termine di un concerto a Vienna, quando Giovanni aveva accusato dolori fortissimi. Gli accertamenti avevano portato alla diagnosi del tumore, aprendo una stagione di sofferenza fisica e interiore. In quei giorni difficili, Stella era rimasta al suo fianco, con telefonate quotidiane e una vicinanza che rappresentava per lui un sostegno insostituibile.
La sua scomparsa, avvenuta proprio mentre il fratello affrontava la malattia, lo aveva gettato in un buio difficile persino da descrivere. Inizialmente aveva cercato di mantenere il controllo, senza riuscire a dare spazio alle lacrime. Fu una psichiatra dell’Istituto dei Tumori, dove era in cura, a intuire la profondità della sua sofferenza e a fargli comprendere quanto fosse importante affrontarla.
Da quel momento iniziò un percorso intenso, necessario per non lasciarsi travolgere dal dolore. Allevi racconta di non essersi mai chiesto perché tante sofferenze dovessero capitare proprio a lui. Piuttosto, si interrogò sul significato stesso della vita e arrivò a formulare una preghiera diversa: non chiedere semplicemente di guarire, ma trovare la forza di superare, attraversare e accogliere ciò che stava vivendo.
Una richiesta che, secondo il musicista, è stata esaudita in una forma inattesa. Nonostante il dolore fisico cronico, la paura del futuro e la mancanza quotidiana della sorella, Allevi afferma di aver scoperto un amore per la vita mai provato prima.
Il dialogo con Stella, sostiene, non si è mai interrotto. La sua voce continua a risuonargli dentro, nel cuore, attraverso i ricordi e la presenza interiore di una persona che ha segnato profondamente la sua esistenza. Anche nei momenti più difficili della carriera, quando si era sentito ferito dal giudizio del mondo accademico, Stella aveva saputo aiutarlo a guardare le cose da una prospettiva più ampia, restituendogli fiducia e serenità.
Resta, tuttavia, un rimpianto che appartiene a tante persone che hanno perso qualcuno di caro, non aver espresso abbastanza il proprio affetto quando era ancora possibile farlo. «Non aver detto a mia sorella “ti voglio bene», confessa Allevi. Poche parole che racchiudono il peso dei sentimenti rimasti inespressi e il desiderio di poter tornare indietro anche soltanto per un istante.
Da questa esperienza è nata anche la Sinfonia del tempo perduto, composizione nella quale il vissuto personale si trasforma in musica. Il compositore racconta di aver avvertito un’ostinazione ritmica e una nuova energia, come se qualcosa dentro di lui cercasse una via d’uscita dal baratro. Nella lotta tra bene e male, la sua scelta è quella di lasciare l’ultima parola al bene e alla luce.
La possibilità di vedere eseguita la Sinfonia nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, con la Società dei Concerti, assume per lui un significato speciale. È proprio in quel luogo che si erano aperte le prime porte della sua carriera, quando qualcuno aveva creduto nel suo talento. Tornarvi con una composizione nata da un’esperienza così profonda significa ritrovare simbolicamente la propria casa, ma anche riconoscere il cammino compiuto, come uomo e come artista.
La musica diventa così uno strumento per dare forma a ciò che spesso non si riesce a esprimere con le parole. Non cancella la sofferenza e non restituisce chi non c’è più, ma può trasformare il dolore in una testimonianza capace di raggiungere gli altri, offrendo loro un’occasione di riflessione e condivisione.
È proprio nel rapporto con gli altri che emerge uno degli aspetti più significativi della sua esperienza. Durante una visita all’Istituto dei Tumori, Allevi ha incontrato una donna in lacrime, lì per il figlio di appena nove anni. Di fronte a quella sofferenza, i due si sono abbracciati e hanno pianto insieme.
Il musicista riconosce che, senza aver attraversato personalmente il buio della malattia e della perdita, probabilmente avrebbe risposto con parole di circostanza. L’esperienza vissuta gli ha invece permesso di avvicinarsi a quella madre con una partecipazione autentica, senza cercare spiegazioni impossibili o consolazioni facili.
«Il dolore aumenta la consapevolezza del dolore degli altri», afferma. È una riflessione che restituisce alla sua vicenda una dimensione universale: quella della compassione, della capacità di riconoscersi nella fragilità altrui e di offrire una presenza sincera quando le parole non bastano.
Non ogni sofferenza può essere spiegata, né ogni tragedia trova una risposta. Ma anche dentro le esperienze più dure può nascere una sensibilità nuova, una capacità più profonda di comprendere chi ci sta accanto.
La storia di Giovanni Allevi ci ricorda che la forza non consiste nel mostrarsi invulnerabili, ma nel trovare il coraggio di attraversare le proprie fragilità senza rinunciare alla speranza. È la possibilità di continuare a guardare il mondo con stupore, di ritrovare nella musica una ragione per andare avanti e di trasformare le ferite in una maggiore attenzione verso gli altri.
Nel ricordo di Stella, nel rimpianto per quelle parole non dette e nella scelta di continuare ad amare la vita, Giovanni consegna al pubblico un messaggio che va oltre la sua vicenda personale, non possiamo sempre cambiare ciò che ci accade, ma possiamo provare a trasformare ciò che abbiamo vissuto in una maggiore capacità di comprendere, accogliere e amare.
Ed è forse proprio questa la luce che avevo intravisto in lui ad Assisi, quando ancora non era famoso, una sensibilità capace di andare oltre l’apparenza, che oggi, attraverso la prova del dolore, rivela tutta la sua profondità.












