Il suono, per sua stessa natura, non si lascia fermare: accade, attraversa lo spazio e subito svanisce. La fotografia, al contrario, nasce dal desiderio opposto: arrestare un istante e sottrarlo al fluire inesorabile del tempo.
È proprio in questo affascinante cortocircuito tra l’effimero della musica e la permanenza della visione che si colloca l’opera di Fabrizio Garghetti (Salsomaggiore, 1939), protagonista della mostra Il corpo del suono. Ritratti jazz nella fotografia di Fabrizio Garghetti, curata da Alberto Barranco di Valdivieso e prorogata fino al 31 ottobre 2026. Allestita alla Paula Seegy Gallery, raffinato spazio milanese di via San Maurillo, la rassegna rende omaggio, in occasione del centenario della nascita, al leggendario trombettista Miles Davis attraverso un corpus di una trentina di scatti storici dedicati ai giganti del jazz internazionale, quasi tutti realizzati in un nitido bianco e nero e impressi su pregiata carta cotone. Una sfilata leggendaria: Thelonious Monk, Miles Davis, Bill Evans, Ornette Coleman, Buddy Rich, Ella Fitzgerald, Dizzy Gillespie, Count Basie, Charles Mingus, Ray Charles, Laurie Anderson, Gato Barbieri e Paolo Fresu.
L’obiettivo fotografico non può registrare una nota, una variazione di tempo o un’improvvisazione; può tuttavia catturare il gesto che le genera, l’energia invisibile che attraversa e modella il corpo dell’esecutore. Garghetti isola un frammento e lo cristallizza: le mani che cercano lo strumento, la figura che asseconda il ritmo, i muscoli delle braccia in tensione, il volto concentrato a occhi chiusi, una torsione improvvisa che scaturisce dal nulla.
Il corpo del suono si rivela così un titolo calzante e puntuale: il musicista non è un semplice esecutore che accompagna lo strumento, ma il luogo fisico e biologico in cui la musica prende vita. Il corpo diventa il vero filtro attraverso cui il fotografo legge il jazz. La postura, la mimica, le dita e lo sguardo compongono una grammatica visiva capace di tradurre in immagine ciò che apparterrebbe esclusivamente all’ascolto. Un viso si trasfigura in maschera espressiva, una mano acquista la medesima densità dello sguardo, e l’artista può quasi eclissarsi dietro il proprio strumento per riaffiorare in un dettaglio, in un riflesso, in un lampo di luce.
Nel ritratto di Buddy Rich (1970), il batterista accenna a fischiare con un’espressione ironica che restituisce all’istante l’indole ribelle e imprevedibile del personaggio. In quello di Ornette Coleman (1980), lo scatto mette in primo piano la fronte contratta, l’abbandono totale dell’espressione e il vigore della mano. Nel celebre ritratto di Bill Evans (1965), infine, il pianista appare risucchiato dalla tastiera: le dita, mosse a una velocità vertiginosa, sfocano e perdono nitidezza, mentre la sua figura perde consistenza fisica, trasformandosi quasi in un prolungamento meccanico e spirituale del pianoforte.
Nelle immagini di Fabrizio Garghetti rivive la vibrazione irripetibile di un’epopea sonora irrinunciabile. Un’energia che permane intatta nei dettagli: un profilo, una torsione, un respiro trattenuto. E tra le pareti bianche della galleria milanese pare quasi di sentirlo risuonare, limpido, l’eco delle loro improvvisazioni.
Il corpo del suono. Ritratti jazz nella fotografia di Fabrizio Garghetti
Milano, Paula Seegy Gallery (via San Maurillo) – Prorogata fino al 31 ottobre 2026
A cura di Alberto Barranco di Valdivieso












