
Tornano gli anni Ottanta, colorati e vitali: tornano a Palazzo Braschi, che inaugura la stagione espositiva 2026/2027 con una grande retrospettiva dedicata al padre nobile della Street Art. Keith Haring, l’artista che ha marchiato a fuoco il decennio pop con le sue icone universali, spargendole generosamente sui muri di mezzo mondo e trovando nell’Italia una sponda d’elezione, dalle storiche vetrine milanesi di Fiorucci fino alla leggendaria galleria di Lucio Amelio a Napoli.
L’esposizione, prodotta da MondoMostre con Tomaso Radaelli e curata da Kaoru Yanase (della Nakamura Keith Haring Collection) insieme a Ilaria Miarelli Mariani e Claudio Zambianchi, riunisce oltre 140 opere e documenti d’archivio. Il percorso si avvale dei prestiti della prestigiosa collezione privata giapponese e di importanti collezionisti italiani: tra i pezzi forti spicca la moto Yamaha dipinta dal vivo dall’artista proprio a Roma nel 1984.
Si tratta di un autentico caleidoscopio visivo, lontano anni luce dalla monotonia monocromatica dei nostri tempi, capace di intrecciare creazione artistica, impegno civile e pulsione vitale lungo dieci sezioni espositive, l’una più serrata dell’altra. Non solo dipinti su tela, ma anche le celebri litografie realizzate per le gallerie dell’epoca e i lavori degli artisti a lui vicini; fino ad approdare alle lamiere industriali sprayzzate lungo le arterie dell’East Side newyorkese.
In mostra trovano spazio anche le copertine dei vinili che hanno scandito il ritmo di quegli anni con le note trascinanti della musica da club amata dal pittore, e soprattutto le sagome fluorescenti con cui Haring ha colonizzato i grandi murales urbani e i pannelli pubblicitari neri della metropolitana della Grande Mela. Chi non ha mai incrociato lo sguardo con il Radiant Baby, l’Uomo Alato, l’Angelo o il Cane che abbaia? Figure i cui nomi dicono poco rispetto alla forza dei tratti grafici, ormai impressi nella retina e nell’immaginario collettivo.
Perdersi tra le sale di Palazzo Braschi significa immergersi in un universo fluorescente e magnetico che mette a fuoco, senza retorica, anche i capitoli più drammatici della biografia di Haring: l’esplosione dell’epidemia dell’AIDS, il virus che lo strappò alla vita poco più che trentenne. Una testimonianza bruciante di una stagione irripetibile, che rivive a Roma fino al prossimo aprile.











