Guardare ciò che sembra invisibile

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Guardare ciò che sembra invisibile

Ci sono cose che vediamo soltanto quando smettiamo di cercarle. Entriamo in una stanza e riconosciamo il tavolo, una sedia, la finestra. Poi lo sguardo si ferma su una piega della tenda, sul segno lasciato da un quadro tolto dalla parete, sulla luce che raggiunge un angolo del pavimento. Allora quel luogo comincia a raccontarci qualcosa.

Che cosa abbiamo visto davvero? Un particolare trascurabile, oppure una traccia di vita?

Credo che la pittura nasca anche da questa attenzione. Un oggetto quotidiano può accompagnarci per anni senza che lo osserviamo. Poi, un giorno, ci appare diverso. La sedia sulla quale qualcuno sedeva conserva la stessa forma, ma per noi ha acquistato un peso nuovo. La sua presenza rende percepibile una mancanza.

Quando dipingo, mi interessa quel momento: il punto in cui ciò che ho davanti agli occhi incontra qualcosa che porto dentro. Può essere un ricordo preciso, ma anche una sensazione alla quale non so ancora dare un nome. Il quadro prende forma mentre cerco di avvicinarmi a quella sensazione, attraverso il colore, la materia, la luce.

Nella mia ricerca, che ho chiamato Restanza, torno spesso su luoghi nei quali sembra che tutto sia già accaduto. Una porta socchiusa, un interno vuoto, un muro attraversato da un chiarore. Mi domando che cosa rimanga di un passaggio umano quando la figura è scomparsa. A volte basta un rapporto tra due colori o una zona di tela lasciata respirare perché quello spazio acquisti una tensione.

La difficoltà è fermarsi al momento giusto. Aggiungere una figura o un oggetto potrebbe rendere più chiara la scena, ma potrebbe anche chiudere troppo presto ciò che il dipinto sta suggerendo. Ci sono quadri nei quali devo togliere, aspettare, lasciare che una parte rimanga incerta.

Anche chi guarda ha bisogno di tempo. Davanti a un’opera cerchiamo spesso qualcosa da riconoscere e da nominare: una casa, un volto, un paesaggio. È un modo naturale di orientarci. Ma dopo il riconoscimento può cominciare un’altra esperienza. Possiamo accorgerci di quanto una distanza ci inquieti, di come una luce ci trattenga, del motivo per cui continuiamo a tornare con gli occhi nello stesso punto.

L’invisibile, per me, abita qui: negli effetti che una presenza, un ricordo o un’attesa producono sulle cose visibili. Non posso dipingere il tempo trascorso, ma posso cercarne le tracce su una parete. Non posso dare una forma definitiva all’assenza, ma posso lavorare sullo spazio che qualcuno ha lasciato.

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