Comporre uno spettacolo teatrale è cosa molto difficile ad oggi.
Un po’ perché il teatro, se lo spettacolo è nuovo, si comporta come la tigre. Spesso e volentieri non concede una seconda occasione. Si ha un colpo solo e bisogna centrare il bersaglio altrimenti non sarà una storia da poter raccontare ai nipoti attorno al fuoco.
Nella “giungla” del teatro a tutti piace guardare curiosi ma sul palco tutti sperano di essere cacciatori anziché prede. Nel suo complesso si cerca di mixare bene gli ingredienti in modo che il pubblico uscendo possa rumoreggiare “beh, buono nel suo complesso…”.
Ammansirlo. Coinvolgerlo però è ben altra storia.
Casa Raggi si presenta a tutti. Una strana canzone apre la scena. È un compleanno insolito per noi ma non lo è per loro. Loro: i Raggi. Strampalati ma coraggiosi.
Papà, un emozionale ed emozionante, Stefano Fresi ndr., che si mostra a tutti come sinonimo di sicurezza. Rende la casa accogliente ed in ogni sua frase si percepisce l’amore che prova per i suoi figli e per la compagna, ormai da anni, in coma vegetativo per via di un incidente d’auto.
Prima che il pubblico se ne possa rendere conto è più coinvolto di quanto potesse immaginare. Dopotutto, prima o poi, bisogna fare i conti con il passato. L’usanza però, intende con il “proprio” passato perché il figlio maggiore, interpretato da un dinamico Salvatore Lanza ndr., si trova a dover riferire alla famiglia riunita che, alla ricerca di un video porno d’autore “vintage”, ha notato una particolare somiglianza tra l’attrice protagonista e la mamma.
La brillante ma tormentata figlia (Alessia Capua ndr.) non può far altro che confermare. L’ipotesi che il passato della loro mamma sia lievemente più libertino di quanto avessero immaginato è realtà.
Cosa curiosa il tempo.
La vita scorre rapida e noi non ce ne accorgiamo neanche. In un anno, un totale di 8760 ore rende le persone partecipi di una vita che si alimenta con l’energia che abbiamo. La famiglia Raggi quell’energia la conosce bene.
È come la speranza che pervade un po’ il teatro.
“Dai, apri gli occhi!” pensiamo tutti. Quella speranza appesa ad un sottile filo, bianco, apparentemente innocuo che in pochi centimetri ha il potere di segnare la differenza tra essere e non essere. Il destino, si sa, ha sempre un piano ben delineato che si manifesta in un black-out.
Riattivate le luci qualcosa è cambiato. La porno mamma è tra loro. “Vestita” da una delicata Lara Balbo ndr., si tratta di un ultimo regalo oppure di una nuova opportunità che la famiglia Raggi ha per dimostrarsi unita. Quel filo appeso lì tormenta tutti ed è inutile negare l’evidenza. Un “Pornodrama”. Ma un orologio anche se irrimediabilmente rotto segnerà sempre l’ora giusta almeno due volte. Se loro saranno insieme sarà più facile il tempo sospeso tra quelle 12 ore.
I “Raggi” di un Sole che è ormai al suo zenit. Mentre la tragicommedia volge al termine in testa risuonano le note di una canzone colte tra una fermata e l’altra della Metro, “The Call” della Spektor: “Tornerò quando mi chiamerai, non c’è bisogno di dirsi addio”.
In quel momento si colgono gli sguardi del ragazzo che sta guardando la “sua” attrice e cosa si stanno dicendo. Si capiscono gli sguardi di tutti gli innamorati in sala e di tutti quelli che l’amore l’hanno sempre e solo cercato.
Una musica che pochi imparano a suonare e che ancora meno persone possono dire di aver ascoltato.
Quella sera, in un teatro, si riusciva a sentirla












